Cucchi, carabiniere a pm: cambiarono così la relazione, mi rifiutai di firmarla

mercoledì 24 ottobre 18:15 - di Roberto Frulli
Stefano Cucchi

Sarebbe all’interno del Gruppo Roma il “regista” in divisa che modificò i files con le due annotazioni di servizio che avrebbero cambiato ufficialmente lo scenario della morte del giovane spacciatore Stefano Cucchi dopo il pestaggio subìto da parte di alcuni militari.
La circostanza è stata riferita cinque giorni fa al pm romano Giovanni Musarò che, nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio e le false annotazioni relative allo stato di salute di Stefano Cucchi, redatte dopo la sua morte, ha ascoltato come persona informata sui fatti, quindi senza la presenza di un legale, il carabiniere Gianluca Colicchio.

«Il 27 ottobre del 2009 il maggiore Soligo mi chiamò, mi mise davanti una copia dell’annotazione di servizio su Cucchi non firmata e mi disse di firmare – ha rivelato Colicchio al pm – La firmai ma rileggendola mi resi conto che era stato cambiato un passaggio importante, per cui feci presente al maggiore che non era l’annotazione che avevo redatto il giorno prima, non era “farina del mio sacco”. Presi in mano il foglio che avevo appena firmato e dissi che non volevo che l’annotazione modificata fosse trasmessa perché ne disconoscevo il contenuto. Soligo cercò di farmi calmare, ma io non volevo sentire ragioni. In quel momento il maggiore stava parlando al telefono con il tenente colonnello Cavallo per cui me lo passò dicendogli “il carabiniere è un pò agitato”. Parlai dunque con Cavallo, il quale mi chiese per quale ragione non volessi firmare l’annotazione e dissi a lui quello che avevo già detto a Soligo e cioè che non era “farina del mio sacco” e ne disconoscevo il contenuto. A questo punto Cavallo mi evidenziò che, rispetto all’annotazione che avevo redatto la sera prima, era stato cambiato solo un passaggio, ma io non volevo sentire ragioni perchè mi ero reso conto che quella piccola modifica cambiava completamente il senso di quello che intendevo attestare. Per cui presi l’annotazione e la portai via».

«Per quello che percepii io, il maggiore Luciano Soligo non si trovava in una situazione molto diversa dalla nostra, nel senso che anche lui stava dando esecuzione ad ordini provenienti dalla sua gerarchia – spiega Colicchio al magistrato – La “regia'” in quel momento veniva dal Gruppo di Roma, circostanza confermata dal fatto che Soligo non cambiò i files delle due annotazioni sul posto (cioè presso il Comando di Tor Sapienza, ndr) ma i files furono trasmessi al Gruppo e tornarono modificati dal Gruppo».

Le complicazioni del caso Cucchi e la gestione “collettiva” per rimettere a posto i pezzi della vicenda che rischiava di travolgere, come è poi accaduto, diversi militari dell’Arma, emerge anche dall’intercettazione di un colloquio fra Massimiliano Colombo, comandante della stazione dei Carabinieri di Tor Sapienza  e il fratello Fabio, secondo quanto emerge dalle carte depositate oggi dal pm Giovanni Musarò al processo bis in corso davanti alla I Corte d’Assise del Tribunale di Roma.

Colombo racconta al fratello che otto giorni dopo la morte di Stefano Cucchi, il 30 ottobre 2009, ci fu una riunione «tipo gli alcolisti anonimi» al Comando provinciale di Roma, convocata dall’allora comandante, generale Vittorio Tomasone, con i vari carabinieri coinvolti a vario titolo nella vicenda della morte dello spacciatore romano.

«Il 30 ottobre, la mattina ero di pattuglia con Colicchio. – racconta Colombo al fratello senza sapere di essere intercettato – Soligo mi chiama, mi chiede “fammi subito un appunto perché poi dobbiamo andare al comando provinciale perché siamo stati tutti convocati, “cioè tutti coloro dall’arresto di Cucchi, a chi lo aveva tenuto in camera di sicurezza. Tu che sei il comandate della stazione, anche se non hai fatto nulla, il comandante della compagnia Casilina, il maggiore Soligo, comandante di Montesacro, il comandante del Gruppo Roma, stavamo tutti quanti. Ci hanno convocato perché all’epoca il generale Tomasone, che era il comandante provinciale, voleva sentire tutti quanti. Abbiamo fatto tipo, hai visto “gli alcolisti anonimi” che si riuniscono intorno ad un tavolo e ognuno racconta la sua esperienza, così abbiamo fatto noi quel giorno dove però io non ho preso parola perché non avevo fatto nessun atto e non avevo fatto nulla».

Colombo ha chiarito la vicenda anche durante l’interrogatorio tenuto la scorsa settimana davanti al pm Giovanni Musarò. A quella riunione presero parte anche «il comandante del Gruppo Roma, Alessandro Casarsa, il comandante della compagnia Montesacro, Luciano Soligo, il comandante di Casilina maggiore Unali, il maresciallo Mandolini e tre-quattro carabinieri della stazione Appia. Da una parte c’erano il generale Tomasone e il colonnello Casarsa, mentre gli altri erano tutti dall’altra parte. Ognuno a turno si alzava in piedi e parlava spiegando il ruolo che avevano avuto nella vicenda Cucchi. Ricordo che uno dei carabinieri di Appia, che aveva partecipato all’arresto, aveva un eloquio poco fluido, non era molto chiaro. Un paio di volte intervenne il maresciallo Mandolini per integrare cosa stava dicendo e per spiegare meglio, come se fosse un interprete. Ad un certo punto Tomasone zittì Mandolini dicendogli che il carabiniere doveva esprimersi con le sue parole perché – ha concluso Colombo – se non fosse stato in grado di spiegarsi con un superiore certamente non si sarebbe spiegato con un magistrato».

 

Commenti

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  • Em 25 ottobre 2018

    Bravissimo Rolando,
    sono stanco di vedere questa Italia buonista e sinistreggiante che inneggia e santifica spacciatori, tossici e compagnia bella. Sono ben altri santi ed eroi.

  • 24 ottobre 2018

    E tempo di terminare, era semplicemente un spacciatore di droga, no un Santo…capace aveva una lingua mordente…come tanti che usano la droga.

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