La Boldrini “processa” il suo “odiatore”: «Non lo faccio per me ma per mia figlia»

lunedì 17 settembre 10:53 - di Ginevra Sorrentino

Basta che se ne parli, esorta un intramontabile motto, e l’ex presidentessa della Camera, Laura Boldrini sembra non solo averlo fatto suo, ma addirittura rilanciato in tutto il suo fulgore propagandistico e smalto accusatorio. Un cavallo di battaglia che, se declinato al vittimismo social, riesce persino a rinverdire vecchie polemiche e a dare nuova linfa mediatica a tutto un coacervo di denunce e di contro-querele, di invettive reciproche e di recriminazioni al quadrato che si credeva dimenticate nel tempo e magari superate da altre questioni di più stringente attualità. E invece no: e così oggi è nuovamente il grande giorno: quello in cui nelle aule del tribunale di Savona, torna alla ribalta il caso nazionale esploso fra il sindaco di Pontinvrea e l’ex presidente della Camera, con il primo, Matteo Camiciottoli, reo agli occhi dei giudici di aver diffamato in un post l’allora numero uno di Montecitorio.

Il post sulla Boldrini del sindaco Camiciottoli

«Potremmo dare loro gli arresti domiciliari a casa della Boldrini, magari le mettono il sorriso…», è la frase “incriminata” e sanzionata, postata sulla propria pagina Facebook – sul profilo personale, non su quello istituzionale – da Matteo Camiciottoli, sindaco di Pontinvrea, a didascalia di un’immagine che ritraeva il capo del gruppo degli stupratori di Rimini. Neppure una frase particolarmente ad effetto: ognuno di noi, sui social, ne avrà viste di peggiori, che incitano all’odio e propagandano il chilleraggio del nemico di turno. E quante volte, puntando più sull’ironia che sul risentimento, si è satireggiato sull’immigrazione incontrollata le cui malefatte vengono tollerate e i loro artefici definiti addirittura delle «risorse»? «Quella è la mia pagina personale, non quella del sindaco, quindi ritengo di essere libero di scrivere quello che penso», si era peraltro giustificato Camiciottoli nell’immediatezza degli eventi (e delle querela), aggiungendo di sentirsi «indignato» per l’assordante silenzio della terza carica dello Stato sul brutale stupro di Rimini, e ribadendo a difesa del suo post come, «al di là di questo aspetto non condivido la difesa della Boldrini di una immigrazione incontrollata che inevitabilmente porta a certi risultati, a volte il furto per fame, a volte lo stupro».

Non è stato facile per mia figlia sapere che…

Ma a nulla sono valse spiegazioni e giustificazioni, per nel profluvio di insulti e di minacce che il web accoglie quotidianamente e dall’agorà internetica il caso ha rispolverato anatemi e indignazione contro la deriva sessista spostandosi nelle aule dei tribunali dove già nel luglio scorso, il sindaco era stato rinviato a giudizio per diffamazione verso la Boldrini e dove oggi è tornato di scena con l’udienza in calendario per la mattinata. tanto che, dalle colonne online del Secolo XIX, la stessa Boldrini esoratta a rispondere su cosa abbia provato oggi a Savona incontrando «per la prima volta uno dei suoi “odiatori” di fronte ai giudici» e all’idea «che si sia arrivati ad affrontare l’argomento in un’aula di giustizia», ha prontamente risposto: «Non è facile per una donna sentirsi dire certe cose e non è stato facile per mia figlia sapere che qualcuno vorrebbe che sua madre venisse violentata». Roincarando prontamente la dose con un classico e sempreverde: «È molto importante che una donna che ha subito una pesante offesa attraverso un messaggio pubblico possa chiedere giustizia in un tribunale. Questo è quello che accade in uno Stato di diritto». Speriamo, allora, che altrettanto valga per tutti, e non solo per una donna, o per una personalità illustre del Belpaese.

Perché non rispondono in aula anche gli “odiatori” di Meloni e Salvini?

Laura Boldrini non è l’unica, infatti, ad essere stata presa di mira dal web: pensiamo ai più recenti, e vergognosi episodi di insulti scaraventati contro Giorgia Meloni dai 99 Posse, protagonisti – e vittima – di uno scontro a distanza che ha raggiunto l’apice dell’indecenza con il durissimo tweet nel quale la band napoletana parafrasando che, parafrasando la frase della leader di FdI che voleva sottolineare la stanzialità dei rom oggi – «se se nomade devi nomadare» – si è vista rivolgere il minaccioso tweet con cui le si diceva «se sei Meloni devi penzolare». E ancora, che dire degli insulti e delle intimidazioni rivolte quotidianamente contro il ministro dell’Interno Matteo Salvini? In genere si va da un canonico «carogne tornate nelle fogne»,  al più arcaico «devi finire al rogo», tralasciando parolacce, minacce e invettive feroci irripetibiliMa tant’è: e il povero sindaco leghista finisce con un rinvio a processo, convocato in aula per la prima udienza a Savona, oggi, dopo un lungo percorso di inquisizione e gogna, di espiazione e scuse ufficiali, che non sono bastate però a evitare il processo in aule, l’inquisizione fuori…

Commenti

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  • Leonardo Corso 18 settembre 2018

    Boldrina ancora non hai capito Gli italiano hanno Le P…. piene della tua presenza in politica sparisci e goditi la vecchiaia hce ti pagano gli italiani

  • ROBERTO SCANNAPIECO 17 settembre 2018

    ma poi chi le paga queste cause, che alla fine, con tanti fatti ben più gravi, finiranno nel dimenticatoio ?

  • ROBERTO SCANNAPIECO 17 settembre 2018

    SOLO degli altri possono dire quello che vogliono, ma se si parla di loro …Allora chi è più democratico e tollerante ?

  • Luciano Vignati 17 settembre 2018

    Per la Boldrini è inutile qualunque commento, ignoriamola e fra qualche anni non sentiremo più parlare di lei come già successo ad altri esponenti della sinistra deviata (leggi comunisti stalinisti)

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