Strage 2 agosto ’80: l’assurdità del collegamento con via Fani

venerdì 3 Agosto 15:13 - di

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

a questo punto, la domanda è d’obbligo: a che gioco si sta giocando, a Bologna, intorno al processo contro Gilberto Cavallini? Non passa giorno, senza che la stampa di sinistra non getti sul fuoco elementi utili solo a creare gran fumo e la cui consistenza si scioglie come neve al sole alle prime, elementari verifiche. La “fanfaluca” di giornata ha un nome e un cognome: Tullio Olivetti. Ne parla, in un’intervista con l’Huffington di Lucia Annunziata, che, per altro, la pubblica in grande evidenza, Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione familiari e vittime del 2 agosto, ex-parlamentare del Pd e già partecipe dei lavori dell’ultima “Commissione Moro”. Nell’organismo presieduto da Giuseppe Fioroni, ex-Margherita e a sua volta deputato Pd, il nome di Olivetti suscitò un qualche clamore negli anni passati, in particolare nel 2015, in quanto titolare del bar-pasticceria all’angolo tra le vie Stresa e Fani di Roma, esattamente davanti all’incrocio in cui fu bloccata e sterminata la scorta di Aldo Moro, con conseguente rapimento dell’esponente della Dc. Anni dopo l’agguato a Moro, qualche “testimone” sostenne che quel bar fosse aperto, la mattina di giovedì 16 marzo 1978, contrariamente a quanto sempre dichiarato negli atti del processo e che proprio lì dentro si sarebbero appostati i terroristi delle Br in attesa dell’arrivo delle automobili da assaltare. Il particolare avrebbe assunto contorni inquietanti, alla luce dei traffici, anche di armi, in cui l’Olivetti sarebbe stato coinvolto negli anni (precedenti o successivi? Bolognesi non lo specifica) al rapimento dello statista della Dc; traffici per i quali sarebbe stato indagato, uscendone “pulito”, ma con la sensazione – secondo i commissari della “Commissione Moro” – d’essere stato aiutato dagli immancabili “servizi” che, per altro, si sarebbero avvalsi per la bisogna anche di una perizia di Aldo Semerari, il criminologo assassinato dalla Camorra e legato ad ambienti malavitosi ed eversivi. Per di più, dice Paolo Bolognesi: <Tullio Olivetti era con certezza a Bologna il giorno della strage>. Insomma, un altro “segreto”, secondo il presidente dell’Associazione delle vittime, su cui non sarebbe <mai stata fatta alcuna indagine>, pur contribuendo all’ipotesi che a Bologna abbia agito un concerto di criminali, spioni infedeli e neofascisti. Ora, non c’è bisogno neppure di uscire di casa, per smontare le “fondamenta” di queste fantasiose ricostruzioni degli episodi oscuri della nostra storia recente: basta avere un po’ di familiarità con internet. La mattina del 16 marzo 1978 il bar-pasticceria Olivetti dell’omonimo titolare non era aperto: i “testimoni” oggi possono dire quello che credono, ma le immagini – decine e decine di foto e riprese televisive di quei tragici istanti – lo mostrano con le serrande, ben quattro, tutte abbassate e chiuse. Sono fotografie, quelle che chiunque può vedere sulla rete, in cui si notano ancora i corpi degli assassinati sulla strada e che furono girate poco dopo l’agguato. Qualcuno, qualcuno con molta fantasia, potrebbe sostenere che l’Olivetti o chi per lui, dopo aver occultato i terroristi dentro il bar, mentre questi sparavano all’impazzata o subito dopo, prima dell’arrivo delle “Volanti”, abbia tirato giù tutte le serrande, ma è solo un’ipotesi per assurdo. Sarebbe alquanto dilettantistico, per un commando terrorista, nascondersi in un negozio aperto di prima mattina in accordo col titolare; uscirne per colpire l’obiettivo e, mentre i killer fuggono, accordarsi con lo stesso gerente del bar affinché chiuda l’esercizio. Il rischio che una tale manovra possa essere notata da qualsiasi passante occasionale e che venga riferita agli investigatori – scoprendo ed evidenziando, quindi, la complicità tra barista e commando, agevolando l’eventuale individuazione degli assassini – è tale da rendere la tesi semplicemente assurda. Il “Bar Olivetti” – come provano gli elementi oggettivi ancora a disposizione di inquirenti, giornalisti e opinione pubblica – era chiuso e tentare di sostenere il contrario sulla base di fumosi ricordi di non si sa chi tradisce solo l’intenzione di intorbidire le acque, tanto della vicenda Moro quanto di quella, come sembra, della Strage di Bologna. Per altro, anche l’affermazione di Bolognesi, secondo cui Olivetti, sarebbe stato <con certezza a Bologna il giorno della strage> non sarebbe proprio corretta: secondo La Repubblica – articolo a firma di Alberto Custodero del 10 dicembre 2015 -, il nome di Tullio Olivetti <figura negli elenchi predisposti dalla Questura di Bologna delle persone presenti in città nei giorni antecedenti la strage>. Non è proprio la stessa cosa, tenuto conto che si sta comunque e sempre parlando della città crocevia turistico del Paese nel pieno della stagione estiva. Perché, allora, tirare in ballo, mentre è aperto il dibattimento volto a stabilire l’eventuale ruolo di Gilberto Cavallini nell’attentato del 2 agosto, nomi, circostanze e fatti che palesemente non apportano nulla al processo in corso? Perché si tenta di confondere con tante e tanto inutili notizie l’opinione pubblica e, fatalmente, anche la mente di chi compone la giuria che, va ricordato, a parte i due togati, è composta da cittadini che, presumibilmente, della storia del terrorismo hanno una cultura limitata e una visione facilmente condizionabile? Non è anche questo un modo di “sviare” procedimenti e indagini che sono in corso?

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