Vivere e morire sulla Ferrari: 60 anni fa si compiva il destino di Luigi Musso (video)

venerdì 6 luglio 18:38 - di Antonio Pannullo

Nessuno oggi, a parte gli appassionati di Formula 1, ricorda più il nome di uno dei più grandi piloti italiani, il primo pilota della Ferrari a perdere la vita su un circuito di Formula 1, quello di Reims. Il suo nome era Luigi Musso, era romano e quando si schiantò sulla curva del Calvaire aveva solo 34 anni. Era il 6 luglio 1958. Sì, perché in Italia i veri anni ruggenti furono gli anni Cinquanta, popolati da campioni eccentrici, playboy, giocatori, attori, attrici, bellezze varie, protagonisti del jet set nazionale e internazionale. E l’automobilismo era l’ambiente su cui si puntarono di più i riflettori della nascente stampa moderna, con quei campioni leggendari che diventarono divi, come Fangio, Ascari, Stirling Moss, Piero Taruffi, Jack Brabham, oltre agli assi spericolati made in Usa, come Phil Hill e Mario Andretti. L’Italia cresceva e con essa tutto il sistema economico e di conseguenza lo star-system. Tornando a Luigi Musso, lui veniva da una famiglia romana estremamente agiata, dove era nato nel 1924: il padre era un diplomatico che aveva lavorato molti anni in Cina e aveva poi fondato una casa cinematografica, e Luigi, insieme coi suoi quattro fratelli e sorelle, viveva in una lussuosa villa nei pressi di via Veneto. Luigi ebbe una gioventù dorata, era un ottimo fantino, tiratore e schermidore, gli piacevano le belle donne e anche giocare ai casinò. Alto, magro, elegante, brillante, viziato. E poi fumava una sigaretta dopo l’altra, vero prototipo dell’eroe intrepido ma dannato. A soli 16 anni perse il padre, vero punto di riferimento nella sua educazione e grandissimo trauma per il giovane Luigi. Ma la sua vera passione – e il suo talento – erano i motori: all’inizio degli anni Cinquanta disputò le sue prime gare nella categoria Sport, e nel 1953 debuttò in Formula 1 con una Maserati 250F, giungendo settimo nel Gran Premio d’Italia. Dopo tre anni con la casa del Tridente, durante i quali Musso conseguì altri ottimi risultati, finalmente del 1956 approdò alla scuderia Ferrari, il gotha delle case automobilistiche e dei piloti. e Proprio con la Ferrari, in quell’anno, Musso vinse in coppia con l’argentino Manuel Fangio il Gran Premio d’Argentina. E fu proprio Fangio che gli dette un consiglio, quel 6 luglio 1956 a Reims: “La curva del Calvaire non va affrontata in pieno, ma devi staccare il piede dall’accaleratore altrimenti vai fuori”. Quella curva di Reims infatti è pericolosa, perché ci possono essere venti laterali che destabilizzano l’auto, ma oltre a questo, le macchine dal 1955, anno in cui Musso vinse proprio a Reims, al 1956, erano state potenziate parecchio. E sempre a proposito di Fangio, forse il più grande pilota di Formula 1 di tutti i tempi, sembra che fu proprio la morte di Musso a farlo riflettere sull’opportunità di ritirarsi dalla gare automobilistiche, cosa che fece due anni dopo, nel 1958, che gli consentì di morire ultraottantenne nel suo letto.

Musso non era un pilota spericolato ma calcolatore

Musso però, va sottolineato, non era un incosciente, un irresponsabile, tutt’altro: tutta la sua carriera fu improntata al rischio calcalato, non all’azzardo. All’inizio della sua carriera infatti si mise a studiare la fisica teorica, le traiettorie, le curve, la portanza, le soluzione tecniche delle auto da corsa. Insomma, non era un pilota spericolato, e sarà proprio uno dei pochi azzardi che fece che gli porterà via la vita. La sua avventura nella Formula 1 su breve ma davvero intensa: nel 1955 con la Maserati arrivò terzo al Gran Premio d’Olanda dietro Fangio e Moss e davanti ad Eugenio Castellotti, della Ferrari, che fu sempre il suo diretto rivale. E nel 1956 approdò, come si è detto, al Cavallino Rosso, dove, dopo la vittoria in Argentina, arrivò terzo alla Mille Miglia con una Ferrari Monza. Alla fine dell’anno la Ferrari presentò i suoi piloti ufficiali: erano Eugenio Castellotti, Alfonso de Portago, Mike Hawthorn e Peter Collins, oltre allo stesso Musso. Tutti questi grandi campioni ebbero un triste destino, morirono tutti in gara. Il primo a morire fu Castellotti, nel marzo 1957 al circuito di Modena durante delle prove. Questa morte colpì profondamente Musso, che gli era sinceramente amico. Nel 1958 Musso divenne il terzo pilota della Rossa, dietro ad Hawthorn e Collins, e questo fatto probabilmente accentuò in lui la voglia di riscatto, anche perché era l’unico italiano a competere per il mondiale. Il Gran Premio di Reims sembrava l’occasione giusta, anche perché il premio era altissimo e Musso aveva bisogno di soldi, come confidò lui stesso in un’intervista. Quel 6 luglio al decimo giro Musso è secondo dietro Hawthorn, ma viene rallentato da due doppiati. Superatili, Musso affronta la curva del Calvaire per raggiungere il compagno di scuderia, e decide di azzardare, contrariamente ai consigli di Fangio: non decelera, affronta la curva in piena velocità, ma il vento e  il fatto che in precedenza vi si era volta un’altra gara, ne minano la tenuta. Musso va fuori ad altissima velocità e si schianta. A maggio era morto de Portago, e un mese dopo Musso toccò a Collins, mentre Hawthorn morirà nel 1959. Musso lasciò la moglie e due figli e la compagna Fiamma Breschi, vera icona di quei tempi ella Formula 1, che in seguito divenne collaboratrice di Enzo Ferrari. Ma questa è un’altra storia di quell’epoca dorata e scintillante.

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