“Terra sacra e guerriglia”: in un libro fotografico la lotta di libertà dei Karen

sabato 21 luglio 14:53 - di Valeria Gelsi

I volti segnati dei combattenti e quelli distesi dei bambini, disegnati con la terra usata come crema solare. Il legno delle capanne e quello degli arti amputati di chi è stato colpito dalle mine dell’esercito birmano. E ancora le scuole di fortuna, i sentieri rubati alla giungla, le scene di una quotidianità difficilissima eppure difesa a tutti i costi da un popolo che ormai da quasi 70 anni combatte per non abbandonare i propri territori. La vita dei Karen, che dal 1949 resistono a persecuzioni etniche e tentativi di sterminio nella Birmania Orientale, ci viene svelata dal giovane reporter Fabio Polese, nel libro Terra sacra e Guerriglia. Un lungo viaggio fotografico attraverso uno di quei popoli che, come viene spiegato nella descrizione del volume, sono ancora «incontaminati. Ancestrali. Che credono che la terra sia una cosa sacra. Da difendere. A tutti i costi».

Il volume, edito da Eclettica edizioni, è il secondo della collana fotografica “Diaframmi” e, ad appena mese dall’uscita, è entrato nella classifica dei bestseller di Ibs libri. È presentato in una edizione molto raffinata, con copie numerate e a tiratura limitata. Gli scatti sono tutti in bianco e nero e restituiscono, insieme, le sofferenze e le speranze di questo popolo il cui motto è «mai arrendersi». «I Karen – ripetono i loro rappresentanti – non si arrendono mai». Senza mezzi, nell’indifferenza del mondo occidentale, con il solo supporto di alcune Ong non allineate, i Karen portano avanti la loro battaglia contro il tentativo di sterminio fisico e culturale perpetrato dal regime birmano.

Raggiungerli è un’impresa complessa, fatta di check point da aggirare e passaggi clandestini lungo la frontiera che divide la Thailandia e la Birmania. Il governo birmano l’ha definita “Black area”, una zona nera in cui i soldati del regime sparano, a guerriglieri o civili che siano. Qui, dove nessun accesso è consentito a giornalisti e osservatori internazionali, sono arrivati Polese e la sua macchina fotografica. «Quella dei Karen – spiega il reporter – è una storia che, molto probabilmente, stona nell’ottica di questo mondo moderno. E che, proprio per questo, andava raccontata anche per immagini».

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