Bologna, ipotesi fantasiose sui legami tra Gelli e Cavallini. Ma qualcuno insiste

4 Lug 2018 14:50 - di Massimiliano Mazzanti
Strage di Bologna

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Nel disinteresse della grande stampa nazionale di cui si è già detto, il processo a carico di Gilberto Cavallini continua a scalare tutti i gradini della “abnormità” – per non usare altri termini, magari più adatti, ma anche più pericolosi, data la nota suscettibilità dei magistrati italiani -, nella ricerca di nuovi elementi di colpevolezza che, a tutt’oggi, non sono ancora emersi. Come si è riferito nei giorni scorsi, la Procura della Repubblica ha smentito di aver ricevuto dalla Procura generale un dossier riguardante presunti rapporti economici tra Licio Gelli e l’imputato; anzi, l’atteggiamento assunto dai “pm” nello smentire questa notizia – data con ampio risalto da “Repubblica” e “Fatto quotidiano” – pare negare l’esistenza stessa di un tale dossier; di certo, però, qualcuno sta indagando su questa ipotesi che, per quanto appaia fantasiosa, è fortemente propugnata dalle parti civili.

Dove stia l’irritualità è presto detto: il processo per la Strage di Bologna e per stabilire l’effettivo ruolo che avrebbe o non avrebbe avuto Cavallini è aperto, il procedimento è in corso e il confronto tra tesi e documenti dell’accusa e della difesa alla luce del sole, in pubblico dibattimento, com’è giusto che sia; solo che – con un’inchiesta “a latere” – nel confronto tra le parti solo la difesa dell’imputato agisce “alla luce del sole”, poiché l’accusa, in ogni momento, potrà o potrebbe avvalersi di elementi accusatori che ad essa la Procura generale fornirà.

Elementi magari incompleti, riguardando un altro procedimento, e la cui piena validità sarebbe valutabile solo al termine di quella seconda inchiesta e dell’eventuale processo collegato, ma che potrebbero cambiare le “carte in tavola” della partita che si sta giocando nel procedimento in atto. Su cosa stia indagando e come stia indagando la Procura generale è, infatti, un mistero. Anche perché le ipotesi delle parti civili erano state valutate già negativamente dalla Procura della Repubblica, salvo tornare “buone” per la decisione proprio della Procura generale di avocare questo secondo troncone delle nuove inchieste sulla strage partite dalla ormai famosa “rilettura” delle carte sullo strabismo operata dall’Associazione familiari e vittime del 2 agosto. A buon uso del lettore, va ricordato che siamo in Italia, non in America, dove il procuratore, di fatto, indaga sempre e solo per “inchiodare” l’imputato, potendo la difesa disporre di tutte le stesse informazioni dell’accusa e condurre vere e proprie indagini alternative; dalle nostre parti, invece, i “pm” dovrebbero raccogliere, valutare e giudicare imparzialmente sia gli elementi a carico che quelli a discarico dell’accusato.

Ma accade sempre, tutto ciò? Che garanzie potrebbe mai avere la difesa di Cavallini sulla eventuale completezza del materiale che dovesse irrompere nel processo dalle indagini che si continuano a svolgere parallelamente e segretamente? Non tantissime, evidentemente. Giusto per la cronaca, il magistrato della Procura generale che sembra maggiormente interessato a queste nuove investigazioni è Alberto Candi, già pubblico ministero sempre a Bologna tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90. Candi era il titolare del troncone più importante delle indagini e del processo per i crimini della Uno Bianca, quello in cui si cercò pervicacemente di incastrare i così detti “pilastrini” per i delitti che, come si scoprì a pochi passi dalla sentenza che avrebbe certamente portato a comminare l’ergastolo a degli innocenti, erano stati compiuti dai fratelli Savi e dei loro complici.

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