Bologna, i legami tra Gelli e i Nar? Ecco le fake news messe in rete

venerdì 6 luglio 14:38 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

È arrivato – finalmente! – lo scoop – anzi, lo “scoopone” – sui rapporti economici e segreti tra terroristi dei Nar e il “venerabile” Licio Gelli. Due paginette apparentemente scarne, ma che “svelano” il diabolico intreccio tra “mafia”, “massoneria” e “neri” così a lungo e pervicacemente cercato dall’instancabile Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione familiari vittime della strage.

Il primo documento – presentato con un apposito video da Sandro Ruotolo e messo in onda su YouTube – è quello che legherebbe mandanti ed esecutori e si tratta di un foglio – repertato probabilmente nell’ambito del processo per la morte di Roberto Calvi, secondo il quale il giorno 1 settembre 1980 la signora Agnolini – all’epoca una delle segretarie del gran maestro della P2 – avrebbe consegnato 1000 dollari a… A chi? L’appunto recita: “Polladio-Alloia – consegna $ 1000 dalla sig.na Agnolini. Nella sua sede a persona scon. Credo CAP”. A fianco della sigla “Cap”, racchiusa in una parentesi, cui si legge: “Piccolo, accento meridionale, biondo, naso largo, cicatrice vicino all’orecchio sinistro”. Ora, anche ammesso che tutte le parole dell’appunto siano queste – come può notare chiunque su YouTube – qualche parola è di tratto incerto -, riuscire a identificare qualcuno o qualcosa è ben arduo. Non per gli appassionati della “pista nera”, però, secondo i quali si tratterebbe certamente di soldi dati a Giovanni “Gianni” Aiello.

Chi è costui? Niente meno che “faccia di mostro”, il poliziotto che due pentiti associarono alla strage di Via dei Georgofili (Nino Lo Giudice) e alla struttura Nato “Gladio” (Giuseppe Di Giacomo). Accuse che non hanno mai trovato riscontro d’alcun genere. Così come non hanno trovato riscontri le illazioni circa suoi rapporti illeciti con Bruno Contrada, altro ex-uomo dello Stato accusato un po’ di tutto senza che nulla fosse realmente provato. Come si colleghino Aiello a Fioravanti, Cavallini e Ciavardini è preso detto, ma prima ancora due particolari su questo primo foglio. Secondo la fantasiosa tesi dell’Associazione Familiari delle vittime presieduta da Bolognesi, l’intestazione Polladio-Alloia altro non sarebbe che un “chiaro” riferimento al famoso convegno del Parco dei Principi del maggio 1965 – 15 anni prima della strage di Bologna – nel corso del quale, secondo la vulgata comunista, sarebbero state gettate le basi della strategia della tensione.

Polladio, secondo Bolognesi, andrebbe interpretato, in realtà, come Pollio (l’istituto di ricerche che organizzò quell’incontro), mentre Alloia, sempre secondo la bizzarra tesi del presidente dell’Associazione Familiari delle vittime ed ex-parlamentare comunista, indicherebbe il generale Giuseppe Aloja.
Dire che i due accostamenti rasentino la farneticazione è essere indulgenti, ma tant’è.
Inoltre, poco sembra interessare che, nell’appunto, “faccia di mostro”, venga descritto come “biondo”, mentre nelle sfuggenti immagini del video di Ruotolo che ne mostra le fattezze al pubblico, Aiello ha i capelli ben scuri, difficilmente classificabili come “biondi”.
Ah, poi c’è anche quella precisazione: “piccolo”, sempre riferita al fantomatico Aiello. Ma, sempre nel video e sempre di sfuggita, si riesce a vedere la carta d’identità di Aiello e si legge chiaramente che era alto 1 metro e 82: quanto sarà mai alta la signorina Agnolini, da farle apparire “piccolo” un uomo di tale statura? E comunque, resta da collegare l’ex-poliziotto, morto nel 2017 – altra “casualità”: anche in questo caso s’indaga su un deceduto, quindi certi di non dover subire subito pesanti smentite – a Fioravanti e camerati.

È presto fatto: come spiega sempre Ruotolo, mostrando i documenti, Aiello era sposato con Ivana Orlando – tutt’ora vivente – e, pur essendo entrambi titolari di stipendi modesti, risultavano -e la signora risulta tutt’ora – intestataria di beni immobili difficilmente giustificabili con quelle entrate tutt’altro che faraoniche. In particolare, l’attenzione di Ruotolo si concentra su due immobili (codice catasto A03, appartamenti economici) situati a Treviso, città dove viveva Gilberto Cavallini e dove Fioravanti, Mambro e Ciavardini stettero immediatamente prima e immediatamente dopo il 2 agosto. E Ciavardini, lo ricordano tutti, non ha mai voluto dire in casa di chi dormì in quei fatidici giorni. Ecco, allora, la soluzione del problema: Aiello fornì a Ciavardini il covo per preparare l’attentato e nascondervisi dopo averlo eseguito. Elementare, lampante! Peccato, però, che a un occhio attento – per quanto il documento scorra rapidamente nel video – non sfugge un particolare interessante, circa quegli immobili trevigiani che apparterrebbero alla moglie di Aiello.

Sono tre – oltre alle due case, c’è anche un “laboratorio per arti e mestieri” -, ma non appartengono proprio alla Aiello, se non per un sesto ed ella ne entrò contemporaneamente in possesso – come specifica lo stesso documento – il 24 luglio del 1980. Si tratta, insomma, quasi certamente di beni solo parzialmente ereditati dalla Orlando e per di più solo pochissimi giorni prima di concederne l’uso – addirittura come covo terroristico – a Ciavardini. E che la “spectre del terrore” – progettando quello che fu, all’epoca, il più grave atto terroristico europeo – confidasse, per la logistica dell’operazione, nella definizione delle procedure ereditarie della signora Ivana Orlando fa ridere. Anzi, farebbe ridere, perché in realtà, pare che qualcuno stia prendendo sul serio queste idiozie.
Tranchant il commento dell’avvocato Alessandro Pellegrini, uno dei difensori di Gilberto Cavallini nel nuovo processo voluto da Bolognesi: «Non mi occupo di esoterismo…».

Commenti

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  • Giovanna 8 luglio 2018

    Balle! Nessun pentito ha mai collegato “faccia da mostro” alla strage di via dei Georgofili . Lasciate in pace i morti

  • Emergenza Coronavirus

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