L’Ispi: ecco chi sono i 125 foreign fighters italiani. Che stanno tornando

lunedì 11 giugno 19:47 - di Paolo Lami

Chi è il terrorista della porta accanto, il foreign fighters allevato e radicalizzato in Italia, partito da qui, finito a combattere in Siria, in Libia o Iraq e, magari, pronto a rientrare nei nostri confini? Quali sono gli indicatori, quei dettagli che possono, in qualche maniera, anticipare le indagini antiterrorismo. E far capire come e perché si diventa foreign fighters, qual’è il ventre molle dell’Italia, quali politiche di prevenzione possano mettersi in atto? E’ a queste domande e a molte altre che una ricerca dell’Ispi, l’Istituto per gli Studi di politica internazionale, ha cercato di dare una risposta, fotografando e analizzando a fondo la vita dei 125 foreign fighters partiti in Italia e finiti ad ingrossare le fila della Jihad. Non solo in Siria, dunque. ma anche in Libia e Iraq.

Un piccolo esercito di 125 persone – nulla in confronto ai 3.000 foreign fighters partiti dalla Tunisia – che è andato ad alimentare formazioni estremiste come lo Stato Islamico, Jabhat al-Nusra e altri gruppi jihadisti minori, ma include anche una piccola schiera di soggetti che sono entrati a far parte dell’Esercito Libero Siriano e di altre fazioni non riconducibili all’ideologia jihadista.

Chi sono dunque questi terroristi, apparentemente persone normali o quasi, che, improvvisamente, si sono gettati alle spalle il quotidiano e sono partiti armati, all’inizio, solo dell’ideologia? Dove risiedevano? Facevano parte di network estremistici in Italia e in Europa? Quale ruolo hanno assunto nell’area del conflitto? Quanti sono già ritornati? Esistono, soprattutto, profili comuni? Per il ricercatore dell’IspiLorenzo Vidino, che ha curato l’analisi, si tratta di immigrati di prima generazione – nati e cresciuti all’estero – ma anche di un numero crescente di estremisti autoctoni, i cosiddetti homegrown, ovvero immigrati di seconda generazione e convertiti di origine italiana.

La maggior parte di questi 125 foreign fighters risiedevano in Lombardia ma, al contrario di quanto avviene in altri paesi europei, i foreign fighters legati all’Italia non provengono prevalentemente da metropoli o grandi centri urbani e la quasi totalità, oltre il 90 per cento, sono maschi – le donne sono 12 – età media 30 anni, con un range variabile fra i 16 anni di una ragazza residente all’estero e i 52 anni di un marocchino. Ma la lista rilasciata dal ministero dell’Interno non include ragazzi e bambini con un’età inferiore ai 14 anni. Eppure ci sono anche loro.

Solo 11 foreign fighters – l’8,8 per cento del totale – sono effettivamente nati in Italia. Tutti gli altri sono nati all’estero, a differenza di quanto avviene in altri paesi dell’Europa occidentale: 40 sono nati in Tunisia, 26 in Marocco, 14 in Siria, 6 in Iraq, 11 in paesi dell’Europa occidentale e 11 nell’area balcanica.

Come detto nel complesso, la questione dei foreign fighters riguarda principalmente il Nord e il Centro del paese, in particolare la Lombardia – comunque la regione italiana più popolosa in generale – ma si registrano presenze significative anche in Emilia Romagna e in Veneto. Ed è nell’area di Milano che si registrano le maggiori presenze.

Almeno il 33 per cento dei 125 foreign fighters partiti è deceduto, mentre – ad aprile 2018 – il 19,2 risultava già ritornato in Europa – il 9,6 per cento, in particolare, in Italia – mentre almeno il 24 per cento risulta ancora nell’area del conflitto anche se, ovviamente, le informazioni sono parecchio incerte.

Il 22,4 per cento dei 125 foreign fighters era stato detenuto prima della partenza ma non necessariamente per reati connessi ad attività estremistiche. Tra loro Moez al-Fezzani, figura chiave della galassia jihadista italo-tunisino-libica, nonché reclutatore di diversi militanti in Italia. Mentre il 44 aveva precedenti penali di vario genere, anche qui non necessariamente per reati connessi ad attività estremistiche.

L’11,2 per cento del totale dei foreign fighters legati all’Italia era composto da convertiti all’Islam: il 46,4 per cento dei 125 terroristi ha frequentato, almeno occasionalmente, un  determinato luogo di culto islamico, mentre per il 9,6 per cento non risulta alcuna frequentazione e per il 44 per cento non sono disponibili informazioni.

Basso il livello di istruzione per la quasi totalità, solo il 12,3 per cento aveva un livello che può definirsi medio-alto. Quanto all’aspetto familiare, il 35,2 per cento era coniugato al momento della partenza per l’area del conflitto mentre per quel che riguarda l’aspetto lavorativo, Il 44,8 per cento del totale era impiegato in lavori di carattere manuale in senso lato, l’8 per cento aveva un lavoro d’ufficio, il 2,4 per cento era composto da studenti e il 34,4 per cento risultava disoccupato.

 

Commenti

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  • Franco Cipolla 12 giugno 2018

    Ergastolo per mantenerli a vita? Non sono bastati i terroristi Italiani di matrice politica, graziati da un sistema accondiscendente? Lavori forzati e palla al piede per trent’anni o tornarsene a casa loro.
    Facciamoli scegliere.

  • Giuseppe Forconi 12 giugno 2018

    Se rientreranno grazie alla conosciuta e rinomata debolezza del governo, almeno schedateli a dovere per rendere piu’ facile il lavoro delle autorita’ in caso di azioni terroristiche.

  • Fabiux62 11 giugno 2018

    Se conosciamo il numero esatto, la loro provenienza e anche il loro livello di studio credo che i nostri Servizi conoscano anche le loro facce e i loro nomi quindi, appena rimesso piede in Italia, devono essere arrestati e condannati per violazione dell’articolo 280 che prevede anche l’ergastolo.

  • Giuseppe Forconi 11 giugno 2018

    Vorrei tanto sapere, se questi soggetti che tanto amano lottare per l’islam, sarebbero capaci di lottare per difendere il proprio Paese ? Ho grossi dubbi.

  • Giuseppe Forconi 11 giugno 2018

    Benissimo, ora i forsennati della guerra oltre che radicalizzati e convertiti all’islam stanno rientrando. Quindi una volta a casa verranno sicuramente chiamati ad azioni terroristiche nel nome dell’islam. Evitate il loro rientro, se hanno scelto di lottare per quei paesi e’ bene che ci rimangano. In Italia siamo gia’ pieni di criminali.

  • cristiano 11 giugno 2018

    tunisini, marocchini, algerini… tornare “a casa” suona alquanto strano se parliamo dell’Italia. Questa non è casa loro. Togliere subito la cittadinanza ai musulmani ed espellere quelli che sono già qui.

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