Crisi, il governo a scuola da Trump: «Chi delocalizza l’azienda va fermato»

sabato 9 Giugno 17:14 - di

Donald Trump fa scuola e in Italia il governo giallo-verde mostra di essere un discepolo attento ed interessato alle ricette l’Oltreoceano in tema di contrasto agli effetti collaterali della globalizzazione. A partire, ovviamente, dalle delocalizzazione aziendale. Dossier quanto mai spinoso ed urgente per Luigi Di Maio, titolare sia del ministero dello Sviluppo Economico sia di quello del Lavoro.

Di Maio su Fb: «Chi ha ricevuto soldi pubblici deve restare in Italia»

Proprio il superministro, in una diretta sul proprio profilo Facebook, ha annunciato rilevanti novità in merito alle crisi aziendali, le cui responsabilità – ha specificato – «non è solo delle aziende». Ma il tema vero è la delocalizzazione. E qui Di Maio ha fatto promesse impegnative a nome dell’intero governo: «Le aziende che delocalizzano – ha detto – vanno fermate. Soprattutto se hai preso fondi dallo Stato. Questo non deve essere permesso, va fermato. Ma altre aziende sono in crisi e non ce la fanno perché magari hanno crediti con la pubblica amministrazione e lo Stato non li paga». Come questo debba avvenire, con quali strumenti e quali procedure il vicepremier non lo ha spiegato. Fatto sta che in Italia le crisi aziendali non si contano. Lo stesso Di Maio, di ritorno a Roma da un tour elettorale in Puglia, ha mostrato nel video un faldone pieno: «Questo malloppo è quello che ho raccolto solo nella giornata di ieri», ha spiegato.

Il governo vuole arginare gli effetti della globalizzazione

Si tratta di parole da prendere con le pinze. Domani si vota in molte città e Di Maio, come l’intero governo, è in campagna elettorale. Lo si capisce ancor più chiaramente dalle parole usate a conclusione della diretta web. Un commiato a base di buoni propositi e di tanta comprensione per le «persone disperate» che «vogliono garantire un futuro migliore» ai figli senza dimenticare il riferimento  al «costante senso di precarietà» e ai «tanti problemi in giro» per il Paese. «Noi li affronteremo uno a uno», assicura Di Maio. Speriamo bene. Non cos’altro perché da ieri sera la campagna elettorale è finita.

 

Commenti

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  • rberto delia 10 Giugno 2018

    bravo roberto

  • Roberto Bello 9 Giugno 2018

    Questo è il punto fondamentale.
    Questo è il vero nocciolo della questione.
    Nel 1989, col crollo del muro e l’implosione dell’URSS il mondo è cambiato; o meglio, il capitalismo ha potuto “gettare la maschera” ed evolversi nel capitalismo finanziario predetto da Marx.
    La “sinistra” (uso questa parola con schifo, ormai), orfana del suo Dio, non è stata capace nè di elaborare un nuovo progetto di sviluppo della società, nè di conservare i propri valori.
    Essa si è cercata un altro Dio: il neoliberismo e la globalizzazione, il “moderno”, il “nuovo”.
    Lo ha fatto senza più valori, senza più niente. Emblematica un discorso del cosiddetto “intelligente” D’Alema in parlamento nei primi anni ’90: egli, sfottendo Berlusconi, con la sua aria tipica del “io capisco voi siete scemi”, disse: “Berlusconi liberista? tze (immaginate la supponenza del “tze”) NOI siamo i veri liberisti!”
    La lega che, in quel periodo, osava accennare a dazi era considerata e trattata, alla meglio, come un’accozzaglia di primati astrolopitechi.
    Ancora oggi, “intellettuali” violentemente “democratici” della sinistra apostrofano, con la solita saccenza a loro tipica, coloro che parlano di dazi e protezionismo con parole svalutanti, le più tenere delle quali suonano “i dazi sono una soluzione superficiale a problemi complessi” (che ne capite voi, poveri scemi?).
    L’importazione SENZA DAZI di prodotti fabbricati in Cina o, in generale, in luoghi dove i costi di produzione sono irrisori, ha praticamente distrutto il nostro tessuto industriale e produttivo (ci voleva tanto a capirlo, illustri economisti da quattro soldi ?).
    Chiunque sia stato complice (magari in buona fede) di tutto ciò dovrebbe abbandonare la politica e i loro elettori dovrebbero, quanto meno, astenersi per almeno 10 anni.
    Davvero, statisti alla D’Alema (che ancora sentenziate), avete creduto che la mondializzazione, che la globalizzazione, sarebbe stata l’eden del popolo? o, peggio, da vigliacchi opportunisti, avete creduto che non era possibile opporsi ad essa?
    Ecco, i più intelligenti, fra voi (politicanti ed elettori), da buoni opportunisti, si sono comportati come sanno fare: chinar ancor di più la schiena per stare meno peggio.