Strage di Bologna, fa discutere la “contesa” ideologico-giudiziaria

3 Mag 2018 12:26 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro Direttore,

Il forzato stop alle udienze dell’ennesimo processo per la strage di Bologna consente una prima, fondamentale riflessione su quella che, fin dalle prime battute, è apparsa come una grande contraddizione e che si potrebbe definire – con aulica espressione filosofica – “eterogenesi dei fini inquisitori”. Cosa s’intende? S’intende sottolineare come nei contrasti tra pubblici ministeri e parti civile che hanno caratterizzato anche i primi interrogatori in aula si manifestano le due – insanabilmente contrarie – ipotesi investigative che si stanno scontrando nel capoluogo emiliano e di cui Gilberto Cavallini, in un modo o nell’altro, dev’essere elevato a simbolo. L’ipotesi della Procura, quella che potrebbe prevalere sia sulle pretese delle parti civili sia sulle ragioni della difesa dell’imputato, è che Cavallini abbia partecipato direttamente all’ideazione e alla consumazione dell’attentato alla stazione del 2 agosto 1980 e che lo abbia fatto in quanto membro, se non addirittura “capo” di un gruppo – i Nar – perfettamente in grado di organizzare e realizzare un tale evento terroristico che, per altro, sarebbe stato deciso in piena autonomia dagli stessi sodali del gruppo estremistico. Dunque, per i pm bolognesi, condannare Cavallini significherebbe giudicare lacunoso, insufficiente, sbagliato, grossolano il lavoro e le indagini di quanti – qualche decina di magistrati, altri pubblici ministeri, investigatori di Polizia e Carabinieri – hanno ritenuto Cavallini, anche in un recente passato, sodale degli stragisti condannati in via definitiva, ma solo per gli altri delitti commessi dalla banda. Di fatto, a questo e solo a questo puntano la triade Gustapane-Scandellari-Ceri: a smentire il lavoro dei loro colleghi, provando come Cavallini abbia avuto un ruolo anche nella strage di Bologna, compiuta autonomamente dai Nar nella loro follia terroristica. Di contro, le parti civili si sono impegnate – e si stanno ancora impegnando – in una “rilettura” del ruolo non solo di Cavallini in merito alla sua personale partecipazione alla strage del 2 agosto, ma anche – anzi: soprattutto – del ruolo dei Nar in quell’evento, interpretato come azione di bassa e inaudita manovalanza per ordine di una qualche centrale occulta di potere criminale che avrebbe condizionato la politica italiana di quegli anni. Dal loro punto di vista, quindi, le parti civili, con la condanna di Cavallini, vorrebbero condannare un sistema “deviato” di potere di cui – colpevolmente o colposamente – la magistratura e gli organi investigativi “non si sarebbero accorti” precedentemente. In altre e più banali parole, quello a Cavallini è, di fatto, un processo-strumento che, per uno scopo o per l’altro, sarebbe indispensabile per condannare non già lui stesso, ma quanti avrebbero sbagliato a non condannarlo prima o, addirittura, a quanti non avrebbero compreso appieno la natura del suo agire e di quello dei Nar. Insomma, non si sta processando un uomo – come vorrebbe il Codice penale -, ma i processi che lo hanno interessato in passato. A che scopo tutto cio? La risposta spalanca la finestra sul grottesco: i pm che processano Cavallini, come si è detto, credono che i Nar abbiano agito autonomamente e, per altro, sono gli stessi che hanno chiesto l’archiviazione delle parallele indagini sui “mandanti”; processando Cavallini – se proprio non si vuol pensare a una sorta di “contentino” concesso alle parti civili, inevitabilmente deluse dal rigetto della tesi principale -, perseguono la conferma della loro tesi sulla natura indipendente dei Nar e, quindi, la sconfessione delle parti civili; al contrario, nel dibattimento – irritando i pm e non di rado anche la giuria -, le parti civili cercano continuamente di dimostrare una etero-direzione del Cavallini e dei suoi complici non tanto per ottenerne la condanna (per la quale sarebbe sufficiente la tesi della Procura), ma per sbugiardare proprio gli inquirenti nelle loro convinzioni fondamentali sul terrorismo stragista. Dove stiano i valori fondamentali del Diritto penale, in tutto questo, ogni lettore ha la possibilità di valutarlo da solo; restando il fatto che è un uomo – un uomo già processato e indagato innumerevoli volte per i fatti ancora una volta in discussione a Bologna – che rischia di venir stritolato in questa assurda contesa ideologico-giudiziaria.

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