L’Iraq va al voto in un clima di guerra civile. L’incognita del Kurdistan

11 Mag 2018 16:46 - di Redazione

Sono circa 24,5 milioni gli iracheni chiamati alle urne sabato prossimo per scegliere tra i 6.982 candidati, tra cui 2.014 donne, i 329 nuovi membri del Consiglio dei rappresentanti (il Parlamento unicamerale) che resterà in carica quattro anni. Per legge nove seggi sono riservati alle minoranze e il 25% (83 seggi) alle donne. Le liste ammesse sono in totale 87. I seggi allestiti nel Paese sono complessivamente 8.148. In tutti sarà possibile votare elettronicamente. Anche 285.564 rifugiati interni potranno votare in 166 seggi installati nei 70 campi profughi che sorgono in otto province. Dall’intervento militare Usa nel 2003, le elezioni parlamentari in Iraq si sono svolte altre tre volte: 2005, 2010 e 2014. I 329 membri del Consiglio dei Rappresentanti poi saranno chiamati a votare la fiducia al governo ed eleggere il primo ministro e il presidente. Le elezioni, iniziate ufficialmente ieri con il voto all’estero e delle forze di sicurezza, arrivano in una fase cruciale per l’Iraq, che molto faticosamente sta cercando di uscire da una spirale di violenza e instabilità politica dovuta essenzialmente a tre fattori: la lotta allo Stato islamico, la questione curda e le tensioni sociali. Le prime elezioni dopo la “vittoria” sull’Isis annunciata a dicembre dal primo ministro uscente, Haider al-Abadi, con il contributo determinante delle Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi), le milizie volontarie sciite, si svolgono in condizioni di sicurezza precarie. L’insorgenza jihadista non è ancora del tutto sconfitta. Rimangono sacche di resistenza in alcune aree del Paese, in particolare nel nord, intorno Mosul e nella provincia occidentale dell’Anbar, nel deserto che conduce al confine siriano. Nei giorni scorsi l’Isis ha per la prima volta colpito direttamente il processo elettorale, rivendicando l’omicidio di Farouq Zarzour al-Jubouri, candidato sunnita nella lista che fa riferimento al vice presidente Iyad Allawi. Al-Jubouri, che insegnava all’Università di Tikrit, è stato sgozzato nella sua abitazione nel villaggio di al-Lazzaga, a sud di Mosul, città un tempo roccaforte dell’Isis in Iraq. Il governo ha quindi deciso di adottare le massime misure di sicurezza possibili, disponendo la chiusura dello spazio aereo e dei confini terrestri per 24 ore a partire dalla mezzanotte di venerdì. La tensione resta alta al confine con la Siria, dove ieri sono stati catturati cinque comandanti dell’Isis. Sul voto di sabato pesano anche le tensioni nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. Dopo il referendum sull’indipendenza dello scorso 25 settembre, convocato per capitalizzare il grande lavoro svolto dai peshmerga contro l’Isis e riconosciuto a livello internazionale, le autorità di Erbil sono praticamente arrivate allo scontro frontale con Baghdad, che ha dichiarato “illegale” la consultazione. Le forze regolari, con una prova di forza, hanno occupato militarmente le aree contese di Kirkuk, riprendendo il possesso dei giacimenti petroliferi. Per mesi il governo iracheno, come rappresaglia per il voto, ha tenuto sotto scacco Erbil, bloccando lo spazio aereo sulla regione e isolandola di fatto dal resto del mondo. Solo lo scorso 13 marzo le autorità di Baghdad hanno rimosso il blocco ai collegamenti internazionali con gli scali di Erbil e Sulaymaniya, avviando una fase di disgelo. Il referendum ha comunque eliminato dalla scena politica curda il protagonista degli ultimi decenni: con la tensione alle stelle e le spalle al muro per aver condotto il Kurdistan in un vicolo cieco, il presidente Masud Barzani si è dimesso lo scorso 29 ottobre. L’Iraq resta poi dilaniato dallo scontro settario tra sunniti e sciiti, ma in questa fase un fattore ancora più rivelante risultano essere le tensioni sociali, fomentate dal leader sciita iracheno Moqtada al-Sadr che in più occasioni ha invitato i suoi sostenitori a scendere in piazza contro la corruzione nel governo e per chiedere riforme politiche e la nascita di un governo tecnico. Tensioni sociali che nascono da un malessere economico di base. Non a caso da un recente sondaggio svolto in tutte le 18 province del Paese è emerso che, oltre alla sicurezza, sono l’andamento dell’economia e la disoccupazione le principali fonti di preoccupazione per gli elettori. Di “risveglio economico” ha parlato esplicitamente lo stesso al-Abadi, secondo il quale l’Iraq ha le potenzialità di diventare tra le “prime 20” economie del mondo, pur ammettendo che finora la ripresa è stata “rallentata” dalla “corruzione”. Un aiuto potrebbe arrivare dalla comunità internazionale. Alla conferenza che si è svolta a febbraio in Kuwait i Paesi donatori hanno promesso, tra aiuti e investimenti, 30 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iraq.

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