Chiude “Interview”, la rivista di Andy Warhol. Creò il mito delle celebrità

22 Mag 2018 17:40 - di Viola Longo

Fondata nel 1969 da Andy Warhol, la rivista Interview non vedrà il 50esimo compleanno, ormai così vicino. La proprietà ha deciso di chiuderla per motivi, secondo quanto trapelato, di carattere economico.

A dare l’annuncio dell’imminente chiusura sono stati i dipendenti via Twitter. La società, invece, non ha rilasciato dichiarazioni formali né ha fatto trapelare commenti sulla vicenda, che si starebbe consumando tra difficoltà finanziarie e cause legali. Interview è – o forse sarebbe meglio dire era – di proprietà del miliardario e collezionista d’arte Peter M. Brant. Brant, descritto come amico di Warhol in un articolo del New York Times del 1989, ha assunto la proprietà della rivista attraverso la Brant Publications Inc. due anni dopo la morte di Warhol a 58 anni, nel 1987.

In ogni caso non pare ci siano dubbi su quanto sta accadendo: un giornalista della rivista, Ezra Marcus, ha confermato al Washington Post via e-mail che il presidente della società, Kelly Brant, ha convocato una riunione per lunedì per informare lo staff che la società ha presentato richiesta per il capitolo 7 di fallimento. La chiusura però non arriva del tutto inaspettata e, anzi, c’erano stati diversi segnali del fatto che qualcosa non andasse: negli ultimi mesi il direttore editoriale e l’art director sono andati via, mentre il direttore editoriale, Fabien Baron, avrebbe fatto causa alla rivista all’inizio di questo mese, sostenendo che Brant gli doveva 600mila dollari in fatture non pagate.

Interview è stata la prima rivista a focalizzare l’attenzione sulle interviste alle celebrità, sulla loro quotidianità (cosa mangiassero a colazione o quale tipo di biancheria preferissero), sulle loro stravaganze o sui loro tormenti (John Lennon nella sua intervista raccontò di quando pensava di aver visto un Ufo dalla sua finestra a Manhattan; Salvador Dalì parlava del suo divano; David Bowie della malattia mentale di suo fratello). Aveva un taglio che non ammetteva filtri: le conversazioni venivano proposte esattamente come si svolgevano, senza levigature o sforbiciate, riportando anche le indecisioni classiche del parlare come gli «uhm» e i «beh». C’era una ragione in questa linea: la rivista fu per Warhol la prosecuzione della passione per il suo registratore. Un accessorio così immancabile da essere ribattezzato dall’artista come «mia moglie». «Non è un caso che Interview sia uscita contemporaneamente al piccolo registratore a cassette», ricordava l’ex redattore della rivista, Glenn O’Brien, nel 2008, mentre Mary Harron in Pop Art/Art Pop scrisse che le interviste «si leggono proprio come le conversazioni, a volte noiose e banali, ma con il fascino delle intercettazioni». All’epoca in cui Warhol fondò la rivista, nel 1969, era reduce dal tentativo di assassinio del 1968 da parte di Valerie Solanas, che gli sparò nel suo famoso studio The Factory e aveva appena pubblicato un libro intitolato A, A Novel, che era quasi esclusivamente una trascrizione di ore di conversazioni registrate.

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