Allarme suicidio fra i giovani: sempre più piccoli. E in 2 anni casi raddoppiati

5 Mag 2018 13:52 - di Paolo Lami
depressione

I campanelli d’allarme ci sono, eccome. Ma, spesso, vengono sottovalutati, sia in famiglia, sia a scuola. E’ allarme per i casi di suicidio fra i giovani, episodi che, in due anni, sono quasi raddoppiati con un trend di crescita che desta forte preoccupazione: nel 2015 erano il 3,3 per cento, nel 2017 sono stati il 5,9 per cento. Insomma 6 su 100, di età compresa tra i 14 e i 19 anni, hanno provato a togliersi la vita.

«Il suicidio non è un raptus ma l’ultimo atto di un percorso di sofferenza in cui matura il disagio esistenziale – chiarisce la psicoterapeuta Maura Manca, presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza che, sul tema, ha svolto una ricerca, fatta di interviste e questionari, portando a galla un fenomeno devastante – Ci sono dei campanelli di allarme in famiglia e anche a scuola che non vanno mai sottovalutati». In Italia il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani. Il 24 per cento degli adolescenti ha pensato, almeno una volta, a un gesto estremo. E dall‘Osservatorio Nazionale Adolescenza spiegano qual’è il processo mentale che porta un giovane a togliersi la vita: «Arrivano ad uccidersi perché, nel momento in cui decidono di farlo, non trovano nessun’altra risorsa interna a cui aggrapparsi. E’ come se fossero in una bolla isolante».  Un dramma che riguarda soprattutto le ragazze, il 71 per cento.

Circa la metà del campione che l’Osservatorio ha intervistato – 10.300 adolescenti – «si percepisce depresso – rivela Maura Manca – Una sensazione di tristezza, di malumore che colpisce oggi il 53 per cento dei ragazzi e delle ragazze. La percentuale, nel 2015, era pari al 33 per cento. Inoltre quasi il 36 per cento ha dichiarato di avere frequenti crisi di pianto».

Quel che è certo è che la depressione, nell’adolescente, si presenta con caratteristiche ben diverse rispetto all’adulto. E che il fenomeno che porta, talvolta, a gesti disperati è «spesso sottovalutato – avverte la presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza – Bisogna fare più prevenzione, specie nelle scuole».

«La parola “solitudine” – spiega la psicoterapeuta – è quella che sento più spesso da parte di questi ragazzi fragili, si tratta di “solitudine emotiva” non fisica. Il dolore poi cresce quando l’aspettativa, di chi dovrebbe comprendere o semplicemente ascoltarli – genitori, amici, amata – va delusa».

«Sono sempre più piccoli – riflettiamo! – i ragazzi che tentano il suicidio per una sofferenza che spesso non riescono ad esprimere a casa, ad amici, insegnanti», rivela Maura Manca. Ecco perché ai primi segnali – isolamento, cambio delle abitudini quotidiane e dell’umore, irritabilità, disinteresse, impulsività – i familiari «hanno il dovere di rivolgersi a uno specialista».

«Il rischio sale drasticamente se hanno già provato a togliersi la vita – avverte la presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza – E non può rimanere un fatto privato, bisogna parlarne, confrontarsi, chiedere aiuto».

«Sia chiaro – dice Maura Manca sfatando un mito – non è un evento stressante, come per esempio la litigata con la fidanzatina o i brutti voti a scuola, la causa del comportamento suicidario. Il rischio è dentro una vulnerabilità già manifesta, che dipende da fattori diversi lungo un “vissuto depressivo” mal gestito». I più esposti sono gli ipersensibili e «coloro che non hanno strumenti per affrontare le sfide della vita».

Cosa si può fare? «Primo passo non avere paura di guardarli, di ascoltarli – esorta la psicoterapeuta – I genitori non si fermino al rendimento scolastico del figlio ma provino a squarciare silenzi. E in caso vengano colti determinati segnali, rivolgersi subito a centri specializzati, c’è un’ampia rete di accoglienza sul territorio. La scuola, da parte sua, faccia più prevenzione su autolesionismo e suicidio in adolescenza. L’alleanza scuola-famiglia su questi temi è di vitale importanza».

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