2 agosto ’80: i pm di Bologna contro Guido Salvini: imbeccava i testimoni

30 Mag 2018 17:05 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

il faticoso esame della testimonianza di Francesca Mambro al processo per la strage del 2 agosto che vede imputato Gilberto Cavallini è proseguito anche oggi e fino al tardo pomeriggio. E non è nemmeno terminato, rendendo necessario un terzo appuntamento che pare già previsto per mercoledì prossimo. È corretto scrivere “faticoso” perché l’interminabile sequela di domande su fatti noti, nella migliore delle ipotesi, da almeno 20 anni – quando non 38 e comunque cristallizzati in tante sentenze passate in giudicato e per di più acquisite agli atti di questo procedimento – sembra non aver fine. Soprattutto, non sembra avere – questo rimestare nel passato noto dei Nar e dei suoi protagonisti – alcuna logica concreta, se non quella di far cadere in contraddizione i testi – operazione facilitata dalla lunga distanza che separa la memoria dagli accadimenti -, al fine di metterne in discussione eventualmente la credibilità se e quando diranno qualcosa che potrebbe favorire la posizione dell’imputato. D’altro canto, è un’antica pratica, nelle aule di giustizia nostrane e in questo genere di processi “politici”: se non si può scoprire altra verità rispetto a quella giudiziaria precedentemente raggiunta, piuttosto che evidenziare gli elementi di dubbio, per quanto consistenti possano essere, si tenta di smontare tutto ciò che quelle “verità” contraddicono e mettono in discussione. Ma le notizie di giornata sono altre. In primo luogo, il colpo di scena offerto dal telegramma di Francesco Pazienza, giunto nell’intervallo della pausa pranzo, con cui il noto e discusso faccendiere ha chiesto di essere interrogato anche in questo processo. Un fatto clamoroso, se si considera la naturale ritrosia di tutti gli altri attori entrati o che devono entrare in scena a venire sul banco dei testimoni in un processo che ai più sembra inutile e ripetitivo. La seconda, forse più clamorosa ancora, è che, nelle more del dibattimento apertosi a Bologna, lo scontro diretto e indiretto tra magistrati si allarga anche oltre i confini cittadini. Enrico Cieri, uno dei tre “pm” che conducono gli esami testimoniali, questa mattina, parlando dell’interrogatorio reso precedentemente dalla Mambro davanti al giudice Guido Salvini, ha esplicitamente affermato che il suo collega “imbeccava” in quell’occasione l’ex-Nar. Una parola che, non appena pronunciata, ha fatto sobbalzare dalla sedia non solo la Mambro, ma anche tanti degli astanti, sia tra i giudici che tra i giornalisti e il pubblico. Un errore d’espressione, un termine sfuggito nella foga oratoria? No, no: Cieri ha usato “imbeccava” volutamente – e, quindi, anche conscio dell’effetto che avrebbe avuto quella parola -, tanto da confermarne l’uso a chi gliene chiedeva spiegazione. Insomma, in attesa di quei fatti nuovi che soli giustificherebbero l’impianto stesso del processo – che, va ricordato, a tutt’oggi si palesa come un gigantesco “bis in idem”, essendo già stato giudicato e inquisito più volte, Cavallini, per i fatti in questione a Bologna -, si conferma una volta di più che, dietro il processo all’ex-terrorista dei Nuclei armati rivoluzionari, scorre a fiumi la volontà di affermazione di questa o quell’altra teoria sugli anni della “strategia della tensione” che divide le Procure e i magistrati italiani; con gli imputati e i testimoni che assumono quasi la veste di “pedoni”, da muovere più o meno sapientemente sulla tavola, per mettere in “scacco matto” questo o quell’altro collega che, contrariamente a chi gioca oggi, per una ragione o per l’altra avrebbe sbagliato a giudicare i tragici accadimenti della recente storia patria.

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