Nel centro sociale giocano al migrante in cerca d’asilo: si pagano 15 euro

giovedì 19 aprile 15:02 - di Redazione

Ma che passatempo ameno. Una follia. In un  contestatissimo e coccolatissimo centro sociale di Milano, si gioca al gioco dei profughi. Un gioco di ruolo dove ognuno ha una parte e per partecipare si pagano 15 euro nella scenografia di un’Europa che somiglia a un lager. Lo scopo del gioco è mettersi nei panni di un migrante in cerca d’asilo e affrontare le frontiere europee. Si tratta di una selezione spietata e “filosofia” del gioco è evidenziare la spietatezza dell’Occi dente in un’Europa chiusa ermeticamente che vive solo nella fantasia degli ideatori del giochetto. «In un futuro distopico, un gruppo di profughi sbarca alla frontiera e deve affrontare la spietata selezione per entrare a far parte di un mondo migliore», recita  lo spot promozionale, come apprendiamo dall’esclusiva del Giornale.  C’è chi ha tempo di giocare al gioco dei profughi, chi il dramma lo soffre. Siamo in piena emergenza su un tema serio e drammatico, ma al centro sociale situato all’ex macello a Sud di Milano, occupato dal collettivo Macao i compagni – che vivono nella più completa illegalità- si sono inventati un gioco di ruolo sul tema. La scenografia non lascia nulla al caso e ogni giocatore interpreta un personaggio:  tuta in stile Guantánamo,  cappuccio nero in testa e vai col gioco: “da adesso siete nelle nostre mani”. «Veniamo sballottati al buio col rumore del mare in sottofondo. Siamo profughi, sono un profugo. Navighiamo (per finta) per raggiungere le frontiere di una fantomatica Federazione Europa. Mi chiamo Arim o almeno questo è il ruolo che mi è stato assegnato in questa assurda “live experience” in cui si gioca a fare il migrante», racconta l’articolo.

«Il collettivo Macao si trasforma per un giorno in una finta frontiera occidentale. Il biglietto per attraversare il confine costa 15 euro  e permette di partecipare al gioco di ruolo «sulla migrazione» ideato per Macao da Pugni, Chaos League e Campo Teatrale La Fabbrica. Come si gioca: «A ogni giocatore viene assegnato un personaggio. Arim è un «piccolo poeta» gay in fuga dal suo Paese perché discriminato. Con lui un religioso che prega chissà quale Dio, una donna disposta a tutto pur di entrare in Occidente e un’altra ventina di storie». Questa immaginaria frontiera occidentale  è un enorme stanzone del collettivo che dovrebbe rappresentare un centro di prima identificazione. I costumi e l’armamentario del perfetto profugo sono completi, così come quelli dei militari alla frontiera:  maschere antigas, armi in pugno, gommone.  «Per ottenere il pass occorre sottoporsi a quattro passaggi: la visita medica, il colloquio, un questionario, il fotosegnalamento e le impronte digitali. Solo alla fine arriva l’agognato colloquio con la commissione per le richieste d’asilo. «Chi siete?», chiede un finto burocrate senza compassione. «Io sono Arim e sono omosessuale. Voglio entrare», replico provando a stare al gioco. «E perché tu e non lui?», ribatte il notabile indicando il mio vicino. «Perché se torno indietro mi uccidono. Di lui poco m’interessa». Responso finale: ammesso e benvenuto in Europa. Un assurdità, un «videogame vivente»  esagerato che tenta di far passare l’Occidente per un lager. Per i kompagni il tutto diventa un passatempo di pessimo gusto.

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