Caso Macchi, dopo 31 anni c’è un colpevole: ergastolo per Stefano Binda

martedì 24 aprile 14:51 - di Federica Parbuoni

La Corte d’Assise di Varese ha condannato all’ergastolo Stefano Binda, accusato dell’omicidio di Lidia Macchi, avvenuto nel gennaio del 1987. La studentessa fu uccisa all’età di 20 anni con 29 coltellate, dopo aver subito violenza sessuale, e fu ritrovata in un bosco di Cittiglio, nel Varesotto. Il caso è rimasto irrisolto per decenni, poi la svolta nel gennaio del 2016 quando gli investigatori arrestarono l’allora 48enne Binda, ex compagno di scuola di Lidia, con la quale condivideva anche la frequentazione degli ambienti di Comunione e Liberazione.

«È un giorno di sollievo perché finalmente è stata stabilita una verità processuale che corrisponde a quella storica», ha commentato il pg Gemma Gualdi, per la quale è anche «un giorno di dolore per i familiari della vittima, ma anche per il colpevole». «Comunque – ha aggiunto il magistrato – è una affermazione dello Stato e di tutte le persone che hanno voluto la verità». Un pensiero alla famiglia del colpevole è stato rivolto anche dalla madre di Lidia Macchi, Paola Bettoni, visibilmente scossa dopo la lettura della sentenza. «Da una parte sono contenta, dall’altra penso a una mamma che si ritrova con un figlio in una situazione così». «Io ho perso mia figlia, ma anche lei», ha aggiunto la donna, sottolineando che «Lidia non meritava quella morte».

Come sottolineato dall’avvocato della famiglia Macchi, Daniele Pizzi, ora si attendono le motivazioni «per capire che ricostruzione ha dato la Corte» della vicenda. Ciò che è certo è che la svolta, quando ormai il caso sembrava essere destinato a diventare un “cold case”, è arrivata con la testimonianza di una amica di Binda, resa nel 2014. Da un anno la procura di Milano aveva avocato a sé le indagini, che fino ad allora erano state a Varese. In quella circostanza furono rianalizzati i reperti allegati al fascicolo, fra i quali una lettera anonima recapitata alla famiglia il giorno dei funerali. Quella lettera, che conteneva una sorta di poesia in cui si parlava dell’omicidio come di una purificazione, fu poi pubblicata dal giornale La Prealpina e finì all’attenzione della testimone che riconobbe la scrittura di Macchi, confrontandola con alcune cartoline che l’uomo le aveva mandato. Il confronto diede esito positivo anche nel corso delle perizie calligrafiche. Inoltre a casa di Binda, in una agenda, fu trovato un foglietto con su scritto «Stefano è un barbaro assassino», anche quello risultato scritto dall’uomo, che negli anni successivi al delitto ha anche avuto problemi di droga.

Nel dispositivo con cui è stata disposta l’imputazione di Binda, i magistrati hanno parlato di un omicidio commesso «per motivi abietti e futili, consistenti nell’intento distruttivo della donna considerata causa di un rapporto sessuale vissuto come tradimento del proprio ossessivo e delirante credo religioso, tradimento da purificarsi con la morte; intento punitivo pertanto del tutto ingiustificabile e sproporzionato agli occhi della comunità». Nella sentenza di condanna i motivi futili e abietti sono caduti, mentre è stata considerata l’aggravante della crudeltà. «Aspettiamo la motivazione per capire che ricostruzione ha dato la Corte. Direi che resta la sofferenza di una persona che non c’è più e quella di una persona condannata al carcere a vita, sebbene in forma non definitiva. Però ritengo che questo momento fosse doveroso per Lidia», è stato ancora il commento dell’avvocato.

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