Sei anni fa il linciaggio di Gheddafi (video). Un regalo all’Isis e agli scafisti…

sabato 21 ottobre 19:08 - di Robert Perdicchi

Sei anni fa, il 20 ottobre del 2011, a Sirte, veniva catturato, linciato ed esposto al pubblico ludibrio il dittatore libico  Muammar Gheddafi, dopo 42 anni di dittatura. Oggi, dopo quel gravissimo errore politico internazionale, orchestrato dalpresidene francese Sarkozy e invano contrastato dall’allora premier Silvio Berlusconi, il Paese africano resta diviso e nel caos. Il fronte dei ribelli, che contribuì alla caduta del regime, è frammentato in una galassia di fazioni armate. Più fronti continuano a darsi battaglia per il controllo del territorio e del potere al pari delle tribù. Il caos – degenerato in uno scontro tra l’ovest e l’est del Paese – ha contribuito alla penetrazione del sedicente Stato Islamico (Is), che di Sirte – dove Gheddafi venne catturato – aveva fatto la sua roccaforte.In Libia l’Is “non esiste più come emirato”, ma sopravvive in quanto “ideologia”, esiste sotto forma di piccoli “gruppi e cellule”, ha detto in una recente intervista al quotidiano panarabo Asharq Al-Awsat l’ex ministro libico dell’Interno, Fawzi Abdul Ali, dopo l’attacco rivendicato dal gruppo contro il tribunale di Misurata.

La Libia senza Gheddafi è il paradiso dei migranti

Nel frattempo la Libia, l’eldorado del petrolio, è diventata il Paese del dramma di migliaia di migranti, di chi è stato tenuto prigioniero dai trafficanti, di chi ha subito violazioni dei diritti umani, di chi è nei centri di detenzione ufficiali. Nei sei anni trascorsi dalla fine dell’era Gheddafi, dalla caduta del regime spazzato via dalla ribellione e dalla campagna aerea della Nato, sulla Libia si sono fatte sempre più forti le influenze delle potenze regionali. E dalla Cirenaica, dopo la liberazione di Bengasi dalle milizie islamiste, ha tratto sempre maggiore forza il generale Khalifa Haftar, alla guida dell’autoproclamato ‘Esercito nazionale libico’. Sinora gli sforzi delle Nazioni Unite per porre fine al caos hanno dato pochi frutti. L’incontro a fine luglio a La Celle-Saint-Cloud, alle porte di Parigi, tra Haftar e il capo del Consiglio presidenziale Fayez al-Serraj, patrocinato dal presidente francese Emmanuel Macron, ha segnato l’inizio di un difficile processo di riconciliazione. Poi la nuova roadmap presentata il 20 settembre a margine dell’Assemblea Generale dell’Onu dall’inviato speciale Onu per la Libia, Ghassan Salamé, ha dato nuove speranze. Il “piano d’azione” per la Libia prevede tre fasi: la modifica dell’Accordo politico raggiunto a Skhirat nel dicembre 2015, ma mai approvato dal Parlamento di Tobruk, l’avvio di un dialogo nazionale tra le fazioni libiche e un referendum sulla nuova Costituzione sulla base della quale potranno poi essere organizzate elezioni presidenziali e parlamentari.

L’accordo per un paese unito è molto lontano

Il primo round di colloqui per la riforma dell’Accordo politico si è tenuto dal 26 settembre al primo ottobre a Tunisi. Il secondo round, iniziato domenica scorsa, è stato segnato dalla protesta della delegazione della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, che ha presto sospeso la sua partecipazione ai negoziati ponendo una serie di condizioni per il ritorno al tavolo dei negoziati. Ieri, come ha riferito la Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil), si è tenuta una nuova riunione della commissione congiunta, con i delegati di Tobruk e dell’Alto Consiglio di Stato, che fa capo a Tripoli, e per domani sono attesi altri colloqui per definire gli emendamenti all’Accordo politico. Intanto è tornato a riaffacciarsi sulla scena libica Saif al-Islam Gheddafi, secondogenito e un tempo erede designato di Muammar Gheddafi. Saif, sul quale pende un mandato di cattura del Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità commessi durante la rivoluzione del 2011, sarebbe pronto a tornare in politica, almeno a detta del suo avvocato Khalid al-Zaidi che a giugno aveva annunciato la liberazione del figlio di Gheddafi dopo anni di prigionia a Zintan.

 

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