Hollywood processa se stessa e caccia Weinstein dagli Oscar

domenica 15 ottobre 12:04 - di Paolo Lami

Sembra un film. E il titolo potrebbe essere “Hollywood processa se stessa”. L’Academy of motion, Picture, arts and sciences, l’organizzazione che assegna gli Oscar, caccia il produttore sporcaccione Weinstein, divenuto troppo scomodo perfino per la corrottissina Hollywood. E, come in un film, le star applaudono in coro la decisione senza rendersi conto di applaudire un sistema sul quale hanno campato – e più che bene – la propria vita.

Nella gara ipocrita a chiamarsi fuori, a ripudiare Weinstein e tutto ciò che rappresenta, Hollywood compresa, le celebrities si spellano le mani consapevoli che Weinstein non è il primo né sarà l’ultimo sporcaccione corrotto che rappresenta la Mecca del cinema e che sfrutta il potere che la sua posizione gli ha conferito per portarsi a letto starlette vogliose di fare carriera in fretta e senza troppi ostacoli.

Perché è questo, alla fine, il punto.

Se c’è un corrotto sporcaccione (Weinstein) è perché c’è anche un corruttore – o corruttrice, come si preferisce – (una fila di attrici e attricette, siamo oramai a quota 40 ma la fila si allunga di ora in ora) che valuta e, alla fine, accetta, la scorciatoia della sua carriera.

E, infatti, in un’intervista a La Stampa l’oramai ricercatissima Asia Argento – la celebrità può arrivare in molte maniere – ha tratto, serenamente, la sua conclusione: “Perché non ho denunciato prima? Tenevo troppo alla mia carriera”.

Dunque tra la carriera e la dignità di donna ha, consapevolmente, scelto la prima. Il che è una buona notizia per tutte quelle madri che scalpitano per vedere le loro figlie calcare le scene, costi quel che costi.

E ora, protetta dall’ipocrisia di Hollywood, Asia Argento non ha problemi a rivendicare quella scelta.

C’è da scommetterci che, dietro l’angolo, ci sono già pronti contratti milionari da firmare. Quale produttore di Hollywood non vorrebbe – ora – mettere a contratto un’attrice così?

Ma c’è un altro aspetto. Non è neanche stata l’Academy – 8.400 membri è una storia novantennale “sporcata” solo da un’altra espulsione – in realtà, a prendere la prima decisione di cacciare Weinstein dall’empireo degli Oscar. È stato il fratello, Bob Weinstein – Caino e Abele è un tema che Hollywood ha trattato fino alla noia in tutte le sue declinazioni – a chiedere che Harvey Weinstein fosse cacciato. La loro potentissima Miramax può continuare tranquillamente a far parte di quel mondo.

L’Academy, a quel punto, ha potuto farsi notaio e dare dignità ufficiale a un atto che, fino a quel momento, nessuno sembrava aver preso in considerazione.

E, da lì, è stato un diluvio di dichiarazioni soddisfatte, quasi entusiastiche. Il segno che Hollywood aveva fretta di emendarsi. E riprendere la sua strada.

“Orgogliosa dell’Academy! Harvey Weinstein è fuori. Ce ne sono altri – ma speriamo di stare assistendo alla fine di una terribile epoca”, ha twittato, dispensando punti esclamativi, Mia Farrow.

Le ha fatto il controcanto l’attore americano Ron Perlman, vincitore di un Golden Globe Award: “Come membro della Academy of Motion Picture Arts and Sciences sono orgoglioso della decisione di espellere Harvey Weinstein”.

La decisione dell’espulsione è stata presa ieri sera dai 54 membri del board con il voto favorevole di oltre due terzi dei componenti.

L’Academy ha poi voluto spiegare l’intento della decisione che è non solo quello di “separarci da qualcuno che non merita il rispetto dei colleghi” ma anche “inviare un messaggio: l’era della deliberata ignoranza e della vergognosa complicità in un comportamento sessuale predatorio e di molestie sul lavoro nella nostra industria è finito”. Fino al prossimo scandalo.

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