FdI dalla parte delle vittime: «Non bastano le “giornate”, servono misure vere»

mercoledì 25 ottobre 14:44 - di Viola Longo
dipartimento vittime fdi

Rimettere al centro la vittima, in quanto persona che ha subito violenza fisica o morale «indipendentemente dal genere, dalla nazionalità o dall’età». È questa, in sintesi, la linea programmatica del Dipartimento tutela delle vittime di Fratelli d’Italia, così come è emersa dalla quarta Assemblea nazionale di questa struttura unica in Italia: FdI è l’unico partito ad aver istituito uno specifico ufficio dedicato alla difesa dei diritti delle persone che hanno subito violenze o abusi.

Da FdI sostegno e ascolto per le vittime

«Siamo al fianco di tutti coloro che hanno bisogno di un sostegno e di ascolto: dalle vittime di reati violenti, alle vittime della strada a quelle sul lavoro, ma anche coloro che hanno subito oppressione da parte dello Stato, cioè quella che deriva dalla mancata osservazione di leggi e regolamenti da parte delle istituzioni stesse, dalla malagiustizia o dalla malasanità», ha spiegato la coordinatrice del Dipartimento, Cinzia Pellegrino, sottolineando che serve una vera rivoluzione culturale e ricordando che le “giornate” per le vittime da sole non risolvono i problemi. Servono, invece, «politiche sociali adeguate e norme che garantiscono la certezza della pena», rimettendo, appunto, la vittima al centro dei ragionamenti.

Togliere strumenti agli aguzzini

Pellegrino fa l’esempio della normativa sullo stalking, che andrebbe integrata con una modifica al Codice penale perché anche di fronte a un aguzzino condannato in via definitiva la vittima resta senza tutele. E lo fa portando il caso reale di una mamma di Milano, B. B., che, in nome della privacy, si è vista negare la possibilità di conoscere la data in cui l’ex marito tornerà libero grazie ai permessi. Un rifiuto che, di fatto, le impedisce di mettersi al riparo dalle possibili ritorsioni dell’ex marito e la espone al rischio di tornare a essere una vittima. «È una norma che andrebbe seriamente valutata e modificata, al fine di non farla diventare uno strumento che assicura al carnefice di tornare ad agire indisturbato», ha sottolineato Pellegrino, facendo riferimento alla legge che impedisce alla vittima di avere informazioni. Fratelli d’Italia si è già mossa in questo senso, con una proposta di legge presentata da Giorgia Meloni alla Camera alcuni mesi fa. L’attenzione del Parlamento, però, sembra essere rivolta altrove e la norma resta in attesa di essere presa in considerazione. Per questo FdI ha deciso di sostenerla anche con una petizione online.

Ripensare i centri anti-violenza

Ma se le violenze contro le donne sono un allarme sociale, con «più di cento donne uccise della follia omicida maschile nel 2017», il Dipartimento tutela vittime di FdI ricorda che tutte le vittime meritano la stessa attenzione e lo stesso rispetto. «Insulti e umiliazione colpiscono anche i maschi, nello stesso schema perverso di carnefice-vittima, e a volte con lo stesso identico epilogo che è l’assassinio». «La violenza sugli uomini è un dato crescente al punto che è già giunto il momento di coniare il neologismo “maschicidio”», ha sottolineato Pellegrino, aggiungendo che la necessaria «rivoluzione culturale pertanto deve superare i clichè». «Da qui – ha proseguito – deve partire anche una nuova concezione dei centri antiviolenza, dove si deve unire la capacità di aiutare gli uomini concretamente a gestire gli impulsi distruttivi a quella di dare loro gli strumenti per risanare una ferita dovuta ad abusi subìti da una donna».

Coinvolgere le vittime nella “giustizia riparativa”

In questo contesto «importante – ha sottolineato ancora Pellegrino – è il ruolo della giustizia che deve innanzitutto garantire pene certe e proporzionali a chi compie delitti così atroci, al fine di agire da deterrente e soprattutto per evitare che la stessa persona ripeta lo stesso reato perché messa in libertà troppo presto grazie a sconti di pena o a permessi premio concessi troppo facilmente». Infine, «si deve avere il coraggio di iniziare a parlare e implementare modelli di “giustizia riparativa”, ossia prevedere la possibilità di impegnare il reo a compensare le conseguenze del suo gesto in un’ottica di riconciliazione con le vittime e con la società stessa». «Abbiamo già validi esempi nel Nord Italia e in Europa e i dati dicono che questo istituto contribuisce a far diminuire la recidiva del 27%. Le stesse vittime coinvolte in questa esperienza si dicono per l’85% dei casi soddisfatte e riproporrebbero con convinzione l’esperienza ad altre. È ora di replicare – ha concluso Pellegrino – questi risultati positivi in tutte le regioni d’Italia».

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