3 giugno, da oggi finalmente non si lavora più per il fisco. Ecco perché

venerdì 2 giugno 18:39 - di Prisca Righetti

Meditate gente, meditate, recitava il famoso spot di una birra: e c’è davvero parecchio su cui riflettere, in effetti, se consideriamo che, secondo quanto analizzato e desunto da Paolo Zabeo, coordinatore della Cgia, quello di oggi è l’ultimo giorno dell’anno in cui abbiamo finito di lavorare per il fisco.

Fisco, scatta domani il giorno della “liberazione”

In base ai calcoli fatti e ufficializzati dalla Cgia, infatti, da domani scatta l’agognato “giorno di liberazione fiscale”, ossia, il fatidico giorno del 2017 in cui cominciamo (finalmente) a lavorare per noi stessi e non già per pagare tasse e gabelle. E’ il 3 giugno, il giorno più atteso e simbolico dei 12 mesi, considerando anche, come riporta l’Ansa sulla base dei dati Cgia – che “incluse le festività nel 2017 sono stati necessari 153 giorni per scrollarci di dosso la morsa del fisco; ben 38 giorni in più rispetto al dato registrato nel 1980”. E allora, lavorare e sacrificarsi 5 mesi su 12 per lo Stato e l’obbligo a versare oneri e scadenze tributarie rende perfettamente l’idea di quanto gravoso sia il sistema fiscale di casa nostra. Non a caso, sempre Zabeo, a riguardo ha sottolineato: “Al netto del peso dell’economia sommersa, sui contribuenti fedeli al fisco grava una pressione fiscale reale che sfiora il 50%, un carico che non ha eguali in Europa”. E c’è di che essere scontenti e sfiduciati, insomma: e se per tante cose – obblighi d’accoglienza di profughi e migranti siamo da sempre in pole position – in materia di sgravi fiscali siamo ancora in fanalino di coda europeo.

Fisco e tasse, ecco cosa accade negli altri Paesi d’Europa

Per venire a un esempio pratico, allora, a parità di reddito percepito, ma in nome di un regime fiscale diametralmente opposto, se in Italia un pensionato da 1.500 euro lordi al mese è chiamato a versare non meno di quattromila euro di tasse, il suo omologo in altri paesi europei pagherà somme di gran lunga inferiori: molto meno della metà in Francia, Gran Bretagna e Spagna, qualche spicciolo in Germania. Questa, a parità di retribuzioni e condizioni economiche, l’inaccettabile divario fiscale che ogni anno si rinnova nei cinque principali Paesi dell’Unione Europea. E i dati arrivano direttamente da Confesercenti, che ha realizzato una ricerca comparata su tasse e pensioni, mettendo a confronto l’Italia con i suoi principali competitor europei. Non numeri di parte, quindi, ma cifre reali che fotografano la gravosità del sistema fiscale di casa nostra e che, paragonate a situazioni affini ma ben diverse, confermano il Belpaese tra le realtà più onerose del mondo che non salvano nessuno, né cittadini, né imprese…

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