Delmastro: «In piazza con la Meloni scenderà il popolo che vuole uscire dalla palude»

26 Gen 2017 15:42 - di Redazione

Andrea Delmastro, responsabile culturale di Fratelli d’Italia, analizza gli ultimi sviluppi sul fronte della legge elettorale e i motivi della manifestazione di sabato con Giorgia Meloni a Roma.

Proporzionale puro o con premio di maggioranza, corretto o magari – ci fosse almeno Mascetti tutto sarebbe meno triste – con scappellamento a sinistra?

«Pare che siano queste le uniche parole d’ordine che certi epigoni del centrodestra, disconnessi dalla modernità, riescono a tirare fuori dal loro novencentesco cilindro per balbettare una apparenza di esistenza politica. Persone compassate, magari anche ottimi e ospitali anfitrioni, certamente eleganti e impareggiabili campioni della chiacchiera vuota, ma forbita e da salotto sui benefici effetti della globalizzazione, sulla necessità di un centrodestra moderato, sulla strategia della convergenza al centro, sulle larghe intese come salvezza nazionale. Un senso di profondo ed inevitabile imbarazzo non può che pervadere chi, a destra, immaginava magari non di scrivere la storia, ma di essere protagonista almeno di una grande stagione politica e che invece deve deglutire il dibattito lunare di questi sedicenti professori di ingegneria elettorale. Personaggi grigi, in bianco e nero, eredi di una stagione politica in cui bastava blaterare l’ossimoro di partito liberale di massa per raccattare consensi, abbacinati dalla smaltante risata del capo che – come Re Mida – tutto ciò che toccava trasformava in oro».

La magia è terminata…

«E’ terminata perchè l’Italia è cambiata, perchè la classe media è evaporata, inginocchiata da una voracità fiscale che ha trasformato, nel tempo, lo Stato redistributore in Stato rapinatore, perchè le giovani generazioni sono corrose dalle mancanze di prospettiva, se non quella di un disonorevole esodo di massa. E’ conclusa perchè il popolo italiano chiede protezione e di poter, in un momento di difficoltà, beneficiare della ricchezza nazionale che ha contribuito a costruire e che sembra essere destinata agli ultimi che arrivano. E’ finita perchè l’identità nazionale è stata mortificata da una Europa che ha tradito tutte le aspettative, perchè l’economia nazionale arranca e la disoccupazione galoppa. Il popolo italiano ha compreso in anticipo la fine dell’imbecille ottimismo dell’era della globalizzazione e la necessità di riscoprire l’identità nazionale, recuperare i valori tradizionali, difendere, senza ridicoli infingimenti liberisti da secolo scorso, la produzione nazionale e l’occupazione. Senza più nessuna remora, il popolo italiano proclama l’urgenza e la necessità della preferenza nazionale in economia, nella occupazione, nell’erogazione dei servizi sociali. Un popolo di Trump antelitteram che ha archiviato la globalizzazione da tempo. Un popolo di precursori di Orban che vuole coniugare la solidarietà con il senso di appartenenza, senza quella forma di strabismo solidaristico che interviene solo per l’altro e il lontano. Un popolo di anticipatori di Le Pen che ha compreso l’inutilità e la dannosità di una Europa matrigna, a trazione nordica, profondamente e irreversibilmente antimediterranea che interpreta l’Italia come terra da shopping industriale a prezzi di saldo e come colonia ove stipare migranti economici, trasformati, per l’occasione, in profughi. Una nazione e un popolo che hanno avvertito prima di tutti che uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del sovranismo, una nuova narrazione politica che prevede lo scontro non fra destra e sinistra, ma fra popolo e élite economiche, fra produttori e parassiti, fra difesa dell’interesse nazionale e internazionalismo. A questo popolo la litania trita e ritrita del moderatismo non basta più. Questo popolo necessita di chi sappia connettersi alla modernità e proclamare con durezza che l’interesse nazionale viene prima di tutto, che l’era delle delocalizzazioni industriali è terminata, che l’economia e il lavoro vanno difesi anche dagli eccessi di una onnivora finanza che ha destrutturato la catena industriale italiana, che le frontiere vanno preservate sia dagli assalti economici che dalle invasioni dei clandestini, che Putin fa paura agli emofiliaci politici europei al soldo della Trojka e che Trump non piace a qualche femminista stagionata e fuori tempo massimo, ma che entrambi hanno compreso le questioni urgenti della modenità post-globalizzazione».

A questo popolo così duramente maturo può ancora piacere la paludosa stagione delle larghe intese, volte alla sopravvivenza artificiale di politici bolliti che hanno smarrito il senso della loro missione?

«A questo popolo possiamo e dobbiamo offrire una piazza dove esprimersi e dove stringere un patto alla luce del sole: elezioni subito, riappropriazione della sovranità nazionale, difesa dell’interesse nazionale, della economia reale contro quella finanziaria, del popolo contro le élite». 

Quella piazza si sta allestendo, per volontà di Giorgia Meloni e Fratelli di Italia,  a Roma.  

«Una piazza che celebra la riscossa e suona la sveglia, ma soprattutto che segnerà il discrimine fra il passato e il futuro, fra la navigazione nello stretto fiumiciattolo del già visto e vissuto e quella in mare aperto. A bordo c’è posto per tutti e c’è entusiasmo, a terra si potrà continuare, indisturbati dal popolo italiano e dal vento della storia, a parlare di proporzionale, legge elettorale e larghe intese».

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