La Lazio e i suoi miti indistruttibili in un libro di Vincenzo Cerracchio

26 Giu 2016 16:22 - di Renato Berio

“Prima è nata la Lazio, i tifosi sono venuti dopo”. E’ stata la frase più applaudita alla presentazione del libro del giornalista sportivo Vincenzo Cerracchio, Controstoria della Lazio (Historica) alla libreria Cultora di Francesco Giubilei e Daniele Dell’Orco. Pomeriggio romano afoso, ma tantissima passione concentrata in quei locali da poco aperti al quartiere Appio, con l’autore che spiega di come ci è cresciuto, dentro le partite biancocelesti, da laziale prima ancora che da cronista del Messaggero. E poi ci sono loro, Felice Pulici e Pierluigi Pagni, a spiegare che laziali si diventa perché in qualche modo si è predestinati all’onore di vestire quei colori. Pulici, di cui tutti vogliono la firma sul libro, che ricorda la Lazio di Maestrelli e commuove e si commuove. Pagni che spiega come si era determinati a tutto, nella Lazio degli anni Sessanta di cui era capitano, grazie al calore e all’entusiasmo dei tifosi.

Il libro non è una storia regolare, non segue un ordine cronologico: scorre, grazie a una scrittura coinvolgente, tra aneddoti, partite storiche, citazioni e ritratti, tra gli alti e bassi di una squadra che ha avuto i suoi anni epici e le sue tragedie ma sempre restando “fortissima di cuore”. Una squadra che più ancora che sui trofei vinti può confidare su un modo d’essere, la lazialità, che è tutto suo, e che significa esportare l’idea olimpica dello sport. “Amare i colori biancocelesti come simbolo di purezza, amare lo sport per tutto quello che di meraviglioso può dare ai giovani, la voglia di vincere o meglio di superare se stessi, sempre nel grande rispetto dell’avversario. La sconfitta fa parte dello sport e della vita, non c’è vittoria che non sia stata preceduta da una sconfitta”.

La Lazio e i luoghi comuni, che Cerracchio smonta uno a uno, da quello del laziale “burino” a quello del laziale “fascista”. “Sul muretto della curva – scrive – c’erano fianco a fianco il marxista e l’ordinovista, il praticante avvocato e lo scippatore seriale, il ragazzetto con la paghetta in tasca e il padre di famiglia con le scarpe bucate. Il calcio era una livella, come la morte che azzera tutto nella splendida poesia di Totò”.

La Lazio e il derby, la partita più seguita nella Capitale, il cui clima viene restituito attraverso spigolature e memorie, come la storia unica e irripetibile di Cesar Gomez, il difensore giallorosso schierato da Zeman in coppia con Servidei nel derby perso dalla Roma il 2 novembre del ’97. Gomez non giocò più nella Roma, anche se a Sensi era costato 6 miliardi. “Restò celebre l’ironia di un tifoso romanista che gli si avvicinò all’uscita di Trigoria e gli disse serafico: ‘A Gomez, se c’hai ‘na penna te faccio n’autografo’ “.

La Lazio e Giorgio Chinaglia, il calciatore cui i laziali hanno perdonato tutto, le sue amicizie pericolose, la sua ritirata, i suoi capricci da emigrante voglioso di riscatto. Chinaglia che pretendeva di fare tutto da solo, che andando in campo si ripeteva “Andiamo Chinaglia andiamo”, non “Andiamo Lazio” o “Andiamo ragazzi”. “Era sempre lui contro tutti, la sua forza più che il suo limite”.

La Lazio che è per sempre, come le sue memorie, di cui i tifosi si nutrono con accorata curiosità. Un desiderio che si può appagare con i testi canonici, come come la storia di Mario Pennacchia, Lazio Patria nostra, o con questa controstoria di Vincenzo Cerracchio, cercando tra le pagine conferme, scoperte, tracce di 116 anni di cammino dei personaggi che fecero l’impresa.

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