Scattano le manette per gli uomini del Pd. L’accusa: ‘ndrangheta e voto di scambio

23 Mar 2016 10:40 - di Redazione

Cinque politici sono stati arrestati e posti ai domiciliari dai carabinieri di Cosenza con l’accusa, a vario titolo, di concorso esterno in associazione mafiosa, voto di scambio, corruzione, insieme a quattro esponenti di vertice della cosca di ‘Ndrangheta “Lanzino-Ruà”, egemone in provincia di Cosenza. A finire in manette sono Sandro Principe, del Pd, ex sindaco di Rende, già sottosegretario al Lavoro e già assessore e consigliere regionale; un altro ex sindaco di Rende del Pd Umberto Bernaudo; l’ex consigliere regionale Rosario Mirabelli del Nuovo centrodestra e l’ex consigliere provinciale anche lui del Pd Pietro Ruffolo; nonché un ex consigliere comunale di cui al momento non è stata resa nota l’identità. Per tutti sono stati disposti gli arresti domiciliari. Le indagini, condotte dal procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro Vincenzo Luberto e dal pm Pierpaolo Bruni e coordinate dal procuratore della Repubblica facente funzioni Giovanni Bombardieri, sono state svolte dal Nucleo investigativo del Comando provinciale di Cosenza.

‘Ndrangheta, arrestati cinque politici: nei guai il Pd

In occasione delle elezioni amministrative a Rende venivano stipulati patti elettorali che vedevano costantemente coinvolta la cosca “Lanzino-Ruà” i cui affiliati si adoperavano nel procacciamento di voti non per una particolare fidelizzazione politica, ma per “un ovvio e scontato” perseguimento di interessi della cosca stessa che poteva essere perseguito anche attraverso l’appoggio di candidati diversi o di differenti fazioni. Dalle indagini della Dda di Catanzaro sarebbe emerso anche che, in occasione della campagna elettorale del 2014 per il rinnovo del consiglio comunale di Rende, sia stato “interessato”, benché detenuto, uno dei quattro affiliati raggiunti ora dalla misura cautelare ed attualmente detenuto al regime del 41 bis. Un interessamento finalizzato, secondo l’accusa, ad ottenere il suo assenso e le indicazioni alla cosca per fornire l’appoggio elettorale secondo prassi già riscontrate in passato. Lo stesso, però, intercettato durante un colloquio in carcere con i congiunti, aveva posto come condizione insuperabile il pagamento di una cospicua somma di denaro e si era lamentato degli scarsi benefici ottenuti dalla cosca nel recente passato, quando si era persino occupato di monitorare l’attività politica dai principali candidati.

Commenti

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  • pietro ruffolo 27 Gennaio 2019

    ci sarà un motivo se quindici giudici dal gip alla cassazione(ben due volte) passando per il tribunale della libertà hanno ribadito che non esistono semplici indizi. il povero cittadino che deve fare in questo nostro bel paese ?

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