Il caso De Luca prova che la “Severino” era buona solo per far fuori il Cav

2 Lug 2015 17:30 - di Lando Chiarini

Nessuno può sapere se i giudici della Consulta chiamati il prossimo 20 ottobre a pronunciarsi sulla costituzionalità della legge Severino esamineranno, per l’occasione, anche il dispositivo della sentenza con cui il Tribunale di Napoli ha accolto il ricorso presentato ex-art. 700 (provvedimenti d’urgenza) dal governatore Vincenzo De Luca. Sarebbe meglio che lo facessero perché vi troverebbero elementi sicuramente utili ad inquadrare la questione sotto il particolare profilo del rapporto tra sovranità popolare e legalità formale.

Il Tribunale di Napoli richiama il principio della sovranità popolare

Ma che cosa ha scritto il giudice della prima sezione civile? Semplice, che la sospensione di De Luca «non può tradursi in una abnorme revoca delle elezioni o in una estemporanea rottamazione degli organi della Regione, vanificando il munus degli eletti, primo tra tutti il presidente e la stessa volontà popolare» con «conseguenze sovversive di una democrazia rappresentativa». Una colata di autentico buon senso di cui non seppero o non vollero dar prova i senatori nel momento in cui – in ossequio alla stessa legge – espulsero da Palazzo Madama un signore che si chiama Silvio Berlusconi, quattro volte capo del governo su mandato popolare e autentico dominus del bipolarismo italiano. Con un’occasione così ghiotta a portata di pulsante, figuriamoci se i senatori potevano stare a perdere tempo con l’invio delle carte alla Corte Costituzionale o altre menate del genere. In quel momento la “Severino” era più intangibile del Decalogo di Mosè o delle Leggi delle XII tavole, tanto care ai cultori del diritto romano. E si capisce: stava finalmente (e retroattivamente) eliminando il Nemico, e tanto bastava.

Appena cacciato Berlusconi, la sinistra ha cominciato a criticare la “Severino”

Una volta assolta questa fondamentale missione, sulla “Severino” sono però spuntati come funghi dubbi, distinguo e critiche, specie da sinistra e persino da postazioni istituzionali rimaste fino a quel momento silenti o trincerati dietro l’invalicabile “la legge è uguale per tutti”.  Non sbaglia, dunque, chi dice che la sentenza sul caso De Luca, “gemella” di quella sul sindaco di Napoli de Magistris, dà ragione a chi sostiene che quella norma, più che per moralizzare la vita pubblica mondandola dai condannati, fu pensata per farne fuori uno, uno solo, indovinate voi chi. E commette certamente peccato – ma forse ci azzecca, avrebbe chiosato Andreotti – chi azzarda a dire che uguale sentenza non vi sarebbe stato se De Luca fosse stato di altro segno politico. Può darsi, ma il piacere di rendere onore ad un giudice che ha avuto il coraggio di richiamare in una sentenza il primato della sovranità popolare sulla pretesa eversiva di asservirla al fanatismo giudiziario ad uso di manettari e forcaioli è troppo grande per cedere il posto a recriminazioni e sospetti.

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