Genitori in lotta contro la jihad: «I nostri figli sono degli imbecilli»

20 Giu 2015 10:40 - di Augusta Cesari

È la storia di un papà e di una mamma in lotta contro la Guerra Santa e l’indottrinamento dei figli partiti in Siria per arruolarsi nella jihad. A Nizza, una delle città francesi da cui parte il maggior numero di giovani combattenti in Medio Oriente, Abderrazak, combatte una lotta quotidiana nella speranza di reinserire nella società Alexandre, uno dei due figli rientrato dalla Siria. Mentre il fratello di 21 anni è ancora laggiù. “I nostri figli sono degli imbecilli, dei cretini a cui è stato fatto credere che andavano ad aiutare i siriani, non i jihadisti”, racconta a Libération. L’uomo di 53 anni risiede insieme alla moglie nella Cité du Bon Voyage, le case popolari anni Settanta del quartiere Saint-Roch.

Di lì, nel 2013, sono partiti per la Siria una ventina di giovani, tra cui, Alexandre,16 anni, e il fratello maggiore Jordan, 21 anni, reclutati da Omar Diaby, 40 anni, pregiudicato nizzardo di origini senegalesi, iperattivo sui social-network, sempre a caccia di “baby-combattenti” per il Fronte al-Nusra, affiliato ad Al Qaida. La jihad fa proseliti. Un aereo per Istanbul, prima tappa verso la Siria, li strappa alla famiglia il 23 novembre 2013. Una volta sul posto, i due descrivono nelle mail ai genitori il bombardamento dei civili da parte dell’esercito di Bashar al-Assad. Ma anche i combattimenti tra i fondamentalisti del Fronte al-Nusra e dell’ Isis. Alexandre non ce la fa più, a un certo punto “cede”. “Diceva che non era venuto per questo. Non voleva battersi. Gli ho detto di tenere duro. Che sarei andato a prenderlo”, racconta Abderrazak. Nel giugno 2014 riesce finalmente a riportarlo a casa. Ma al suo arrivo a Nizza il giovane viene arrestato. È ccusato di aver partecipato alle esecuzioni in Medio Oriente e da allora è rinchiuso in un carcere parigino. “Mio figlio è fuggito per non essere costretto a uccidere”, assicura oggi il papà. “La sua incriminazione non regge, non ci sono prove”, gli fa eco il legale Martin Pradel, che chiede di rimetterlo subito in libertà. L’8 giugno, la giustizia pronuncia un primo verdetto positivo: “Alexandre non può essere accusato di omicidio”. Oggi la sua scarcerazione sembra possibile. Tanto più che tra metà marzo e fine maggio, i giudici hanno deciso di liberare ben tre ex jihadisti incarcerati in circostanze simili. Anche se l’allerta resta alta, con l’intelligence che teme nuovi attacchi da parte di potenziali kamikaze rientrati in Francia.

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