Pedofilia, colpe e connivenze: il Papa rimuove il vescovo di Kansas City

21 Apr 2015 14:45 - di Ginevra Sorrentino
pedofilo ucciso in cella

Pedofilia all’interno del mondo ecclesiastico: una piaga lenta alla cicatrizzazione. Molte, nel frattempo, le denunce e i provvedimenti in merito. A partire dalla richiesta di rinuncia al governo pastorale della diocesi di Kansas City-Saint Joseph (Stati Uniti) presentata dal vescovo monsignor Robert W.Finn, che Papa Francesco ha accettato proprio in queste ore.

Pedofilia, l’inchiesta aperta dal Vaticano

Finn è il primo vescovo americano che è stato condannato per il reato di omessa segnalazione di un sacerdote sospettato di abusi sessuali su minori alle autorità governative, in particolare per le immagini pedopornografiche trovate nel computer di un sacerdote. La rimozione da parte del Papa arriva dopo un’inchiesta sul comportamento di Finn come vescovo, aperta dal Vaticano nel settembre 2014. Indagine culminata nelle dimissioni di monsignor Finn, accettate dal Pontefice in conformità al canone 401 comma 2 del Codice di Diritto Canonico: cioè per «grave causa». Il vescovo, 62 anni, nel settembre 2012 era stato condannato a due anni di libertà vigilata per non aver segnalato sospetti abusi su minori in relazione al caso di pornografia infantile con al centro padre Shawn Rattigan. La diocesi, nel 2010, aveva infatti aspettato cinque mesi prima di informare la polizia che immagini inappropriate di bambini in una scuola della diocesi erano state trovate nel computer del prelato. In quel periodo, inoltre, la diocesi non avrebbe informato la comunità diocesana di questa scoperta, così padre Rattigan ebbe modo di acquisire ancora più immagini porno di bambini che conosceva attraverso i contatti ecclesiastici. Il sacerdote, arrestato una settimana dopo le ammissioni della diocesi, successivamente è stato condannato a 50 anni di carcere: quindi, nel maggio 2011, monsignor Finn si era scusato per non aver agito in modo più “tempestivo”.

L’arresto di un parroco di Potenza

Ma da una parte all’altra dell’oceano, purtroppo, le cose non cambiano. Così, figura anche un prete, Don Antonio Calderaro, parroco della chiesa di San Giuseppe a Rivello (Potenza), tra le tre persone arrestate e poste ai domiciliari nell’ambito dell’indagine della Procura della Repubblica di Potenza sull’adescamento, attraverso i social network, di minorenni, poi pagati per consumare atti sessuali.  Don Antonio Calderaro è stato sospeso «a divinis» ed esonerato dalle funzioni e da ogni attività sacerdotale dal vescovo della Diocesi di Tursi-Lagonegro, monsignor Francesco Nolè, il quale ha conferito l’incarico all’avvocato Nicola Gulfo «per l’esperimento di ogni azione a tutela dell’immagine della Diocesi medesima». Non prima, però, di essersi detto «profondamente sorpreso e addolorato – scrive in un comunicato monsignor Nolè – dalla notizia del fermo giudiziario di don Antonio Calderaro, accusato dall’ignobile e umiliante reato di abuso su minore», e di aver indirizzato «il primo pensiero di richiesta di perdono e di sostegno morale e spirituale» «alla vittima e alla sua famiglia, riservandomi di incontrarla al più presto per una vicinanza più concreta e solidale».

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