I nostalgici degli “anni di piombo”: Almirante non va ricordato

10 Dic 2014 13:44 - di Mario Landolfi

Succede a Trento. Succede a Trento nell’anno del Signore 2014 che l’Associazione familiari delle vittime di Piazza Fontana – in uno con i dirigenti locali di Sel, Rifondazione Comunista, Comitati Tsipras e Rete contro i fascismi – chieda al presidente del Consiglio regionale di revocare l’autorizzazione a concedere la Sala di Rappresentanza della Regione richiesta dalla sezione cittadina di Fratelli d’Italia-An per commemorare Giorgio Almirante nel 45° anniversario dell’evento che segnò l’inizio della “strategia della tensione” perché – a suo avviso – in questo modo si arrecherebbe “un’offesa alla memoria delle vittime” della strage.

La battaglia sulla “doppia pena di morte” per i terroristi neri

Dispiace che l’appello sia stato sottoscritto anche dai familiari delle vittime della bomba di Piazza Fontana. Il loro dolore va rispettato sempre, anche quando – come in questo caso – viene piegato e strumentalizzato a scopi di bieca propaganda politica. Non staremo qui a ricordare il ruolo di Almirante e del Msi a nell’opporre un robusto argine al terrorismo “nero”, la sua “doppia pena di morte” per chi, prima come terrorista e poi perché “fascista”, insozzava di sangue le piazze e di menzogne la storia. Neppure preme in questa sede evidenziare che gli imputati dell’orrendo crimine siano stati tutti assolti e che persino Freda e Ventura, indicati nel 2005 dalla Corte di Cassazione come i capi di Ordine Nuovo, l’organizzazione in cui maturò il folle proposito di piazzare un ordigno all’interno della Banca dell’agricoltura di Piazza Fontana, non abbiano mai pagato perché precedentemente ed irrevocabilmente assolti.

L’antifascismo come trampolino per il successo

La questione è tutta politica e riguarda la pervicace pretesa di certa sinistra di sequestrare la memoria collettiva ed il dolore di un’intera nazione tenendoli incatenati all’interesse di bottega. Pretende, certa sinistra, di fermare le lancette della storia per continuare a lucrare rendite di posizione in nome di un antifascismo ormai ai limiti del ridicolo. È l’inguaribile nostalgia degli anni ’70, della P38 e della guerra civile strisciante. Del resto, è stato anche grazie a quella temperie se tanti “duri e puri” dell’epoca siano poi riusciti a scalare le vette nei posti che contano: politica, giornalismo, magistratura, università, cultura, arrivando in più di un caso persino ad espugnare i santuari di quel capitalismo tanto esecrato in gioventù. Logico, umano persino giusto se i loro epigoni odierni vogliano emularli. Ma il tempo è inesorabile ed anche l’antifascismo militante rischia di arrugginire. Se negli “anni di piombo” la contrapposizione tra “rossi e neri” fu il viagra ideologico di una generazione, ora è poco più di una masturbazione mentale ad uso e consumo di onanisti politici. Tutto scorre, insomma, tranne la livida ostinazione di chi si rifiuta di prenderne atto.

 

 

 

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *