Dietro la svolta garantista di Renzi, la fine del “fattore B” sulla giustizia

16 Set 2014 13:37 - di Mario Landolfi

Non c’è solo l’opportunismo tartufista o la pur legittima convenienza elettorale nella cosiddetta svolta garantista di Matteo Renzi. Assolutamente no. E farebbe bene, il centrodestra tutto, in particolare Forza Italia, a guardarsi bene dall’accoglierla pavlovianamente con eccessive lodi di giubilo senza prima chiedersi se dietro le chiare (e condivisibili) parole del premier non vi sia soprattutto la consapevolezza che una fase sta per essere archiviata e sostituita da una nuova capace di “cancellare il violento scontro ideologico del passato”.

Inutile girarci intorno: l'(ennesimo) annuncio di riforma della giustizia lanciato nell’aula di Montecitorio segna la fine del “fattore B”, inteso come Berlusconi, nello scontro tra politica e magistratura che – in uno con quello sull’informazione e sul conflitto d’interessi – ha condizionato la vita e l’azione della Seconda Repubblica. Esattamente – si parva licet… – come il “fattore K”, inteso come Kommunismus aveva condizionato la Prima. Il risultato si annuncia molto simile e le parole di Renzi ne costituiscono un autorevole annuncio, non foss’altro perché rivelano che il premier ha “fiutato” l’onda d’urto che a breve provocherà il crollo di un nuovo muro, per fortuna non così tragicamente denso di significato come quello di Berlino, in compenso però tutto nostro e comunque sufficiente a tenere bloccate le riforme nel nostro Paese.

Prodi, D’Alema, Veltroni, Amato e persino Rutelli, considerato l’antenato politico più prossimo all’attuale premier, mai avrebbero potuto pronunciare parole così chiare sull’accidentato terreno della giustizia senza rischiare la poltrona di Palazzo Chigi o quella di leader del partito. E non tanto perché la sinistra di allora fosse antropologicamente diversa da quella di oggi quanto perché l’esistenza del “fattore B” impediva qualsiasi possibilità di dialogo. Chiedere per conferma a D’Alema costretto – ai tempi della Bicamerale da lui presieduta – ad una precipitosa retromarcia sul tema del rapporto con le toghe da un’intervista dell’allora pm (oggi consigliere d’amministrazione della Rai) Gherardo Colombo che definì la bozza Boato “figlia della paura e del ricatto”. Fu per questo e non per altro che il Cavaliere decise di sfilarsi da quella commissione facendola morire. Ma di esempi se ne potrebbero fare a iosa, ma servirebbe a poco. Oggi che il leader del centrodestra è tecnicamente un pregiudicato (unico imputato nella storia giudiziaria a veder definita la propria posizione processuale – primo, secondo e terzo grado – in poco meno di tra anni), per di più spodestato dal suo laticlavio a seguito di un frettoloso voto del Senato e financo reso ineleggibile da una legge – la “Severino” – approvata anche con il suo via libera (e stiamo ancora a parlare dei provvedimenti ad personam), il terrore del “fattore B” si è diluito di molto e il nuovo clima sta sdoganando il confronto sulla giustizia.

Servirà a qualcosa? Lo scopriremo solo vivendo. Per il momento accontentiamoci di capire se il piccolo-grande Muro che ha impedito e tuttora ostacola il dialogo sull’argomento è dentro o fuori la politica.

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