Riforma del Senato, il premier finisce nelle sabbie mobili e chiede aiuto

6 Mag 2014 16:12 - di Oreste Martino

Sulla riforma del Senato Matteo Renzi è già finito nella palude. Quella che doveva essere la principale arma riformista – anche di tipo elettorale in occasione delle europee – si sta rivelando una pratica difficile da smaltire, visto che per la prima volta il premier deve avere a che fare con lo spirito di sopravvivenza dei parlamentari.

Oggi la commissione affari costituzionali doveva varare in mattinata il testo base sul quale l’aula di Palazzo Madama sarà chiamata ad esprimersi dopo le europee, ma la palude ha bloccato tutto e se ne riparlerà in serata. Il presidente del Consiglio ha mandato il ministro Maria Elena Boschi a fare da front-woman ma a nulla è servito. Imporre al Senato il testo approvato dal Consiglio dei ministri appare ormai impossibile e per evitare la plateale sconfitta Renzi sta ripiegando verso una “vittoria di Pirro”. Vorrebbe che la commissione adottasse il suo testo smontandolo però contestualmente con un ordine del giorno che impegna i partiti a cambiarlo profondamente in aula. Un bizantinismo da prima Repubblica, di stampo democristiano, che serve a dire che il treno delle riforme è partito così come voleva il premier, anche se arriverà a destinazione – ammesso che ci arrivi – profondamente modificato.

I temi su cui la maggioranza dei senatori non transige sono svariati e vedono alleati parlamentari della minoranza Pd, di Forza Italia, Ncd, Lega e Scelta Civica. Intanto non è gradito il sacrificio chiesto a Palazzo Madama se non c’è un taglio del numero dei componenti dell’altro ramo del Parlamento, poi in molti insistono affinché i futuri senatori siano eletti direttamente e non indirettamente dalle autonomie locali, cosa che farebbe diventare l’emiciclo della Camera alta un dopolavoro per sindaci e presidenti di regione in gita a Roma, come ha più volte sottolineato Silvio Berlusconi.

Ecco che dalla palude dove Renzi e la Boschi si sono infilati stamattina sta venendo fuori il cosiddetto Lodo Calderoli. L’esponente leghista, non nuovo a trovate capaci di armonizzare posizione diverse e distanti, lavora ad un ordine del giorno che riduce i deputati a 400 e salva l’elezione diretta dei senatori in contemporanea con le elezioni regionali. In pratica i cittadini di ogni regione troveranno sulla scheda il presidente della Regione da eleggere, i consiglieri regionali e i senatori che devono rappresentare quel territorio. Una mediazione che cambia sostanzialmente il volto della riforma del Senato e che rappresenterà una prima sconfitta per il programma riformista del premier.

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