La politica ha negato se stessa e adesso non è più in grado di governare la crisi

9 Mag 2013 9:08 - di Gennaro Malgieri

Le parole, talvolta, sono davvero pietre. E se a scagliarle è un politico di lungo corso, negli ultimi anni candidato a tutto e su tutti i fronti caduto sotto il “fuoco amico”, fanno certamente più male. Raramente abbiamo letto dichiarazioni così dissacranti come quelle rese da Giuliano Amato al Corriere della sera sulla sua vicenda personale che s’intreccia inevitabilmente con la vita pubblica. E non ha cercato di edulcorare neppure un po’ quel sentimento di ripulsa della politica odierna che sta offrendo uno spettacolo a dir poco indecoroso. Tanto per descrivere il clima nel quale siamo immersi, Amato ricorre ad una metafora che toglie la pelle agli attuali adoratori della mediocrità: “Pol Pot aveva ordinato di sparare a chiunque, dagli occhiali che portava, si capisse che era laureato”. Innegabile: il regime del peggio s’è instaurato nelle stanze del potere dove si vale soltanto per l’effetto apparente che si riesce a produrre. Infatti “siamo passati dal governo dei professori al Parlamento dei fuoricorso; troppa grazia. La loro unica lettura è twitter”.

Sottoscriviamo, avendolo rilevando anche noi qualche settimana fa su questo giornale. Così come assolutamente condivisibile è la diagnosi di quel che sta accadendo e che subito dopo le elezioni si è palesato come un vulnus alla civile convivenza. Il clima generale, osserva Amato, “è frutto avvelenato di una stagione molto difficile nella quale la dinamica essenziale di una società democratica, quella che chiamiamo scala sociale si è fermata per molti. Quando un quarantenne non ha un lavoro stabile, e forse non ha ancora un lavoro, allora ne viene fuori un bisogno di eguaglianza nel pauperismo: se a tanti di noi non è consentito salire la scala sociale, allora l’eguaglianza va realizzata sul gradino più basso. Ma questa è la rinuncia di una società a crescere”.

E ce n’è anche per il Pd, perno intorno al quale ruota il degrado del confronto e che negli ultimi mesi ha dato il peggio di sè, assecondando pulsioni impolitiche ed antipolitiche. Dice Amato: “Colpisce la difficoltà a prendere atto di questo, la debolezza identitaria di coloro che, timorosi di perdere se stessi, sembrano non capire che possono determinarsi circostanze in cui l’interesse del Paese impone di sacrificare l’interesse di partito. Togliatti non avrebbe avuto difficoltà né a capirlo, né a farlo capire. Un po’ più di togliattismo sarebbe stato bene rimanesse nei suoi eredi”.

Parole che pesano. E peseranno in vista dell’assemblea del Pd di sabato dalla quale dovrebbe uscire il reggente. Amato si rivolge a quel partito che teoricamente sarebbe anche il suo per stigmatizzare la decadenza della discussione e la qualità della classe parlamentare messa in campo da Bersani e dalla nomenklatura del Nazareno abbattendo qualsiasi criterio di qualità pur di ottenere quel “cambiamento” i cui risultati non sono tardati a manifestarsi.

È vero che si conta non in base alla formazione ed alle letture fatte o al lavoro politico militante, ma in ragione della quantità di follower che si riescono a raccattare; è altrettanto vero che la diffidenza verso il politico-intellettuale è radicata come mai avremmo immaginato e dispiega tutta la sua voracità nei talk show dove muoiono le idee e trionfano le parole; è vero che cavalcando l’invidia sociale si sta sta creando una società non di eguali, ma di risentiti, di spostati, di rancorosi; ed è vero, infine, che la politica si sta suicidando per assecondare le tendenze più distruttive invece che puntare sul recupero di una razionalità che mai come oggi dovrebbe agire nel senso di invogliare al recupero della responsabilità.

Di fronte a questa catastrofe, ha un senso parlare di riforme, di nuovi assetti sociali, di trasformazioni indispensabili per essere al passo con i tempi? L’assenza di cultura politica sta riducendo tutto ad una melassa inguardabile quanto indigesta. Il logoramento colpisce tutti, indistintamente. E non sarà questo o quel governo a rimettere in movimento i destini assopiti del nostro Paese. Un sussulto delle coscienze sarebbe auspicabile, ma noi siamo di quelli che continuano a credere che se i movimenti politici non rinascono intorno a delle idee, a dei valori, a delle prospettive tutto sarà vano. Inevitabilmente perfino le migliori intenzioni verranno ingoiate dall’orgia dei dibattiti televisivi a tarda sera, quando anche le coscienze più reattive non ne possono più e s’addormentano nell’illusione di svegliarsi in un Paese “normale”.

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