Emma, urlo disperato agli associati: “Non ve ne andate”

venerdì 7 Ottobre 20:27 - di

Padroni di tutt’Italia unitevi (e costituitevi in partito). L’appello di Emma Marcegaglia, toni marxisti e finalità capitaliste, per ora è rimasto tale: il “muro” antigovernativo – costruito gomito a gomito con Susanna Camusso – si sta sgretolando. Molti imprenditori sono col piccone in mano e Confindustria rischia grosso. A Viale dell’Astronomia negano ma, di fatto, il comportamento della leader ha provocato molti mal di pancia: gli associati – senza nessun preavviso – si sono sentiti iscritti, nel giro di poche ore, ai partiti dell’opposizione, un po’ come accade ai gruppi su facebook quando si “aggiungono” senza chiedertelo. In più, sono stati “reclutati” in una battaglia politica contro Berlusconi, magari per poi ritrovarsi a braccetto con terzopolisti o democratici. Da qui l’idea di dire addio a Confindustria, che sta prendendo piede in parecchi imprenditori. Un dato che ha finito per mettere paura alla Marcegaglia. L’associazione, infatti, raccoglie 142mila aziende e 564 milioni l’anno di contributi da parte dei soci; gestisce un discreto potere editoriale (sue sono Il Sole 24 ore, Radio 24 e l’agenzia Radiocor) e partecipa a tutti i tavoli di consultazione con governo e organizzazioni sindacali. Non è estranea, in sostanza a determinare la politica di questo Paese. Tanto che Filippo Astone, giornalista del Mondo, in un libro pubblicato qualche tempo fa, si è spinto ad affermare che in Italia «il cuore del potere» pulsa con il ritmo di «due grandi partiti: Confindustria e la Chiesa».
Gli industriali, a differenza dei vescovi, sono però impegnati in cose più terrene, in gran parte gestite attraverso quella vera e propria macchina di interessi che è costituita appunto dalla Confindustria. Ma come detto, in questi giorni, a Viale dell’Astronomia, in tanti mettono in discussione la Marcegaglia “politica” e “amica” della Cgil. Va bene che a fine maggio dovrà lasciare la poltrona, ma fino ad allora può fare danni incalcolabili. E molti li ha già fatti, a partire dai difficili rapporti con il governo, dalla decisione di Marchionne di uscire dall’associazione, e dall’invito del ministro Maurizio Sacconi alle aziende pubbliche affinché facciano altrettanto. Adesso la paura fa novanta. Così la presidentessa ha preso carta e penna e ha scritto ai suoi associati: «Restare conviene»…, la scelta di Fiat «va rispettata», ma non è vero che chi decide di uscire ci guadagna. Una lettera dai toni accorati, che fa seguito a quella del presidente di Confindustria Vicenza ai suoi 2.400 iscritti, richiamati rudemente all’unità e invitati a seguire la linea Marcegaglia senza tentennamenti. Ma forse, al punto in cui siamo, sarebbe stato meglio affidarsi al mago Mario Pacheco do Nascimento, un tempo amoso per le sue apparizioni televisive, con richiesta di fare gli scongiuri.
Le 142mila imprese associate sono in gran parte medie e piccole aziende che in Italia, si sa, costituiscono l’ossatura del sistema produttivo del Paese. Per loro Confindustria ha sempre fatto poco, impegnata com’era ed è a difendere i grandi. Adesso, però, il Lingotto ha salutato ed è andato via, le cartiere Paolo Pigna hanno annunciato che seguiranno l’esempio, Luxottica da qualche tempo fa tutto da sola, Magneti Marelli e le grandi aziende del settore pubblico sono già in fila in attesa di staccare il ticket d’uscita, mentre Ansaldo Sts e Fincantieri dovrebbero solo formalizzare, avendo già sbattuto la porta a livello territoriale.
Tra gli industriali l’allarme è forte. Guidalberto Guidi, ex vicepresidente di Confindustria, paventa la possibilità che l’esile torrentello diventi presto un tempestoso fiume e che la fuga possa diventare incontrollabile con tutte le conseguenze che questo comporta. Luca Cordero di Montezemolo e Roberto Colaninno, del resto, hanno già messo in conto che, con la Fiat fuori dall’associazione, Confindustria debba essere ripensata. Il come si vedrà, ma farlo potrebbe diventare presto una necessità. Al punto in cui sono giunte le cose, comunque, c’è già chi si muove per salvare il salvabile e spinge per l’elezione di Alberto Bombassei a presidente, nella speranza di ricucire lo strappo con il governo e recuperare il malcontento interno all’associazione degli industriali impedendo la fuga incontrollata. Ma è chiaro che se la mossa non dovesse produrre i risultati sperati, per Confindustria il default diventerebbe molto di più di una semplice paura da esorcizzare.

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