Tutta l’Italia fece ala al treno che portò il Milite Ignoto da Aquileia a Roma

Se ne sono dette tante, negli anni scorsi, sul Milite Ignoto, ma la verità è che centinaia di migliaia di italiani in lacrime attesero per ore, e salutarono piangendo in silenzio e senza parlare, il convoglio sulla linea ferroviaria da Aquileia a Roma, che trasporta le spoglie del Milite Ignoto, deposte su un affusto di cannone in un carro funebre ferroviario disegnato per l’occasione e scortato da veterani della guerra Medaglie d’Oro al valore. A ogni stazione, ma anche lungo i binari, il popolo attendeva commosso il Milite Ignoto, come aspettando una persona cara a lungo attesa e finalmente di ritorno a casa. Fu certamente la manifestazione patriottica più solenne ma soprattutto più partecipata dell’Italia unitaria. Catarticamente, la presenza di questo ignoto fante riunì e raccolse intorno a sé un popolo che aveva conquistato la sua identità a prezzo di sanguinosi sacrifici. Non si saprà mai chi è, ma metaforicamente rappresenta tutti i soldati caduti per la loro terra, di altissimo valore simbolico. Il Milite Ignoto fu tumulato dove oggi si trova, sotto la statua della Dea Roma all’Altare della Patria al Vittoriano in piazza Venezia a Roma. monumento che non fu, come putroppo sentiamo dire ancora oggi insieme ad altre bufale, edificato dal fascismo, ma molti anni prima, in occasione della guerra di Libia. Il Milite Ignoto rappresenta tutti insieme in nostri 600mila Caduti nella Prima Guerra Mondiale. Come scrisse Giulio Douhet, il colonnello che ebbe per primo l’idea di realizzare il monumento, i soldati italiani dopo Caporetto dovettero sopportare gli insulti e le denigrazioni dei politicanti e dei “giornalastri”. E il fante italiano, dopo, sopportò tutto, combatté e vinse da sola la guerra, mentre altri se ne stavano nei loro comodi e caldi uffici. Per questo, scrisse ancore Douhet, “nel giorno in cui la sacra Salma trionfalmente giungerà al suo luogo di eterno riposo, in quel giorno tutta l’Italia deve vibrare all’unisono, in una concorde armonia d’affetti. Tutti i cittadini debbono far ala alla via trionfale, unendosi in un unanime senso di elevazione ideale nel comune atto di reverenza verso il Figlio e il Fratello di tutti, spentosi nella difesa della Madre Comune”. E così in effetti fu: l’idea di Douhet fu raccolta da Cesare Maria De Vecchi, combattente della Grande Guerra, già parlamentare, che fece approvare la legge in materia. Come si ricorderà, in seguito De Vecchi, fascista della prima ora, partecipò alla Marcia su Roma divenendo poi Governatore generale della Somalia italiana.

Fu una mamma di Trieste che scelse tra 11 salme

Una apposita commissione si occupò di cercare la salma tra i tanti Caduti. E la cercò nei cimiteri di guerra, sparsi lungo tutto il fronte, dalle Alpi all’Adriatico, in particolare laddove gli scontri erano stati più duri. Si scelsero alla fine undici salme, provenieti da tutti i luoghi del fronte, che non portavano né mostrine né elmetto né segni identificativi di alcun genere, affinché non si potesse risalirne in qualche modo all’identità. La cruciale scelta fu affidata alla triestina Maria Bergamas, mamma di Antonio, irredentista volontaria di Gradisca il cui corpo non fu mai ritrovato, che ebbe il compito di scegliere  tra una delle undici bare allineate nella basilica di Aquileia. La donna sfilò davanti ai feretri, accasciandosi in lacrime davanti al decimo. Gli altri dieci oggi riposano nel cimitero degli eroi di Aquileia. Il triste e solenne viaggio durò dal 29 ottobre al 2 novembre e quando arrivò a Roma alla stazione di Portonaccio, oggi Tiburtina, fu accolto dai rappresentanti delle forze armate, dalle vedove dalla madri dei Caduti, con in testa re Vittorio Emanuele III, che seguirono il feretro a piedi sino a Santa Maria degli Angeli. I funerali furono officiati dal vescovo di Trieste Bartolomasi, che aveva benedetto le undici salme di Aquileia con l’acqua del fiume Timavo, che segna il confine con la Jugoslavia, e dove correva il fronte. Le esequie e la tumulazioni furono quanto di più solenne e sacro si possa immaginare: la salma fu dapprima portata a spalla da dodici militari e poi caricato su un affusto di cannone trainato a sei cavalli. Il re e il capo del governo Bonomi attendevano la salma all’Altare della Patria. Insieme a diecimila bandiere dei combattenti.