Non è più tempo di mediazioni, qualche volta ribellarsi è giusto e fa bene

Riceviamo da Carlo Ciccioli e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

C’era un tempo in cui la politica era la capacità di mediare, cioè riuscire a trovare in qualche modo un punto di mezzo tra posizioni ed interessi diversi. Non è più così, da anni; soprattutto oggi la politica è l’attività che deve risolvere i problemi che attualmente sono tanto più drammatici del recente passato. La prima Repubblica, in Italia, era l’arte dell’inciucio, di far contenti tutti. Ce ne erano le condizioni e in qualche maniera tutti venivano accontentati, ricchi e poveri, laici e cattolici, maggioranza e opposizione. In qualche modo anche la seconda Repubblica, seppur in maniera minore, è stata così.

Oggi non è più così; bisogna trovare soluzioni nuove a problemi sconosciuti, gravi ed assolutamente inediti, cioè nuove scelte per mutate  condizioni. Mediare è assolutamente inefficace. Tutto è cambiato: la tecnologia, la capacità di spostamento delle merci, delle persone e delle risorse finanziarie nel mondo ha completamente trasformato il modo di vivere dei popoli ed ha completamente modificato il destino degli individui. Ed anche i popoli hanno modificato il loro modo di pensare. Se pensiamo che l’industria manifatturiera si è spostata da nazioni e continenti, determinando la perdita di migliaia di posti lavoro, nonché delle risorse finanziarie necessarie per il benessere degli Stati e delle famiglie, si comprendono bene tante cose. Per molti non ci sono speranze e prospettive, c’è solo sopravvivenza stentata e povertà.

Un quarto della popolazione dei paesi cosiddetti avanzati vive sotto la soglia di povertà o poco sopra. Nei paesi sottosviluppati il benessere fa scarsi passi avanti e le enormi ricchezze in materie prime sono in mano a caste locali, spesso molto corrotte. Il ceto medio, asse portante di ogni società, si è contratto nei numeri e si è rotto l’ascensore sociale, cioè la possibilità per tutti di migliorare la propria condizione. Ormai tutti sostengono che per reddito, capacità di acquisto, assistenza sanitaria e previdenziale, prospettive di lavoro e di carriera, i figli stanno già molto peggio dei padri. Il futuro è grigio, se non addirittura nero. Alcuni vanno in altri paesi, molti altri si rassegnano. Trionfa la rabbia. La parola d’ordine dei maestri del pensiero è “competizione”.

Ma per competere ci vogliono le condizioni, che molto spesso non ci sono. Per competere occorre l’accesso alle risorse finanziarie, cioè il credito, che invece è riservato a pochi privilegiati, la possibilità di poter lavorare con imposte e regole sostenibili, l’accesso all’informazione e alla formazione, che viene manipolata e gestita in nome e per conto di altri interessi, soprattutto  è precluso l’accesso ai tavoli dove si sceglie, dove si prendono le decisioni, dove ci si può confrontare. Uno può essere bravo e capace quanto vuole ma se non ha la possibilità di essere preso in considerazione non va da nessuna parte.

La competizione è diventata materia per pochi intimi, quelli che per collegamenti opachi, relazioni amicali o sessuali, estrazione familiare, spregiudicatezza o malaffare, sono riusciti ad accedere ai circoli dei pochi. Una bella canzone di qualche anno fa diceva  “uno su mille ce la fa!”, ma era relativa allo sport. Nello sport può andare, ma nella vita è un po’ troppo poco. Quindi c’è la rabbia, tutti ce l’hanno con qualcuno, che spesso non è neppure quello giusto, ma bisogna sfogarsi. Se, come è vero, i social sono lo specchio della società, uno può vedere di tutto. Caccia all’uomo, minacce e violenza verbale generalizzata, linciaggio, per ora solo virtuale, ma che tra poco sarà anche reale. La gente vuole il sangue. Altro che moderazione, comprensione, tolleranza, la gente vuole la violenza, che sempre più trasuda dalle notizie dei media, che non è un’esperienza isolata di qualcuno, ma è un sentire collettivo.

Contro il vicino di casa, contro i familiari, contro il partner o il collega di lavoro, contro un altro automobilista, contro un compagno di classe, contro un gruppo sociale, o semplicemente contro qualcuno che per caso che si incontra per strada o per un malinteso o semplicemente perché è lui la vittima designata senza che ci sia un perché. La gente non sopporta più vessazioni e spregiudicatezza, impostori e sfruttatori, ladri ed approfittatori, giudici sciagurati o politici collusi, incompetenti e inetti. Il mondo è impazzito? No, semplicemente se le energie vitali non trovano spazio nella quotidianità, non sono correttamente indirizzate verso obiettivi finalizzati e condivisi, tutto diventa irrazionale e colpisce qualunque cosa. Quando la pentola è sotto pressione e bolle, primo o poi qualcosa succede, scoppia  un cambiamento drastico, talvolta una rivoluzione.

Siamo alla vigilia: si può cavalcare, si può subire, si può dirigere. Dobbiamo proporci di farlo, razionalmente, almeno provarci. Come cittadini consapevoli, come espressione di una comunità, come forza vitale di un popolo. Gli attuali equilibri non sono più accettabili. La concentrazioni delle ricchezze del mondo in mano all’1% degli abitanti è intollerabile. Non è un ritorno di fiamma di un pseudo comunismo battuto inesorabilmente dalla storia e dai fatti. È la necessità di riscossa del ceto medio che è essenziale per il benessere dei popoli, la garanzia della ripresa dell’ascensore sociale  che deve permettere ai giovani di trovare lavoro e di prospettarsi una vita dignitosa e di successo, il ritorno della stabilità sociale senza garantismi immeritati ma con la premialità dell’impegno, del sacrificio, della genialità e dell’intraprendenza.

Insomma rimettere le cose a posto, penalizzando la finanza speculativa, l’accumulo dei grandi capitali parassitari collegati ai potentati economici che uccidono l’impresa produttiva, lotta all’indecenza ideologica del politicamente corretto, alle bizzarrie sessuali dei perversi e alle élite intellettuali senza etica, senza radici, senza morali. Mai più Benetton, Toscani e Asie Argento, mai più il trionfo degli ipocriti, per stare in Italia, o all’estero delle Clinton e dei Macron, delle Merkel e degli Junker. Sì, facciamogli del male. Ma anche basta autolesionismo di dare ad altri ciò che si toglie agli Italiani poveri per snobismo vanesio.

Ma va anche fatta luce sul male che fanno i vertici della Chiesa promuovendo lo sradicamento dei popoli dalle loro patrie e dalle loro culture, con un costo esistenziale per loro terrificante, con la prospettiva dello sfruttamento lavorativo, della manovalanza criminale nella droga, della prostituzione, dell’alcol, della marginalità e del degrado sociale. Una volta la Chiesa Cattolica promuoveva le missioni per aiutarli e farli sviluppare a casa loro. Oggi appare più comodo farli arrivare qui e farli mantenere a spese degli italiani, magari facendo speculare a strutture e cooperative amiche. “Verrà il giorno!”, come disse Fra’ Cristoforo a Don Rodrigo, e poi il giorno finalmente venne. Cominciamo ad incazzarci davvero, qualche volta rivoltarsi è giusto e fa anche bene alla salute. È giunta l’ora.