Orban sfida il “politicamente corretto”: no al musical gay per i bambini

Di tutto si potrà accusare il premier ungherese Viktor Orban tranne che gli manchi il coraggio. Anzi, ne ha addirittura da vendere a giudicare dalla seconda grande sfida (la prima è quella che lo vede alla testa del cosiddetto Gruppo di Visegrad nell’usare pugno duro contro l’immigrazione) che ha intrapreso e che di sicuro lo piazzerà al primo posto nella classifica delle “bestie nere” in uso ai cultori del politically correct: quella alla divulgazione delle teorie gender e alla propaganda, più o meno occulta, in favore dell’omosessualità, soprattutto se rivolta ai minori.

Cancellato il Billy Elliot, storia di un bimbo omosessuale

È infatti a accaduto che l’Opera nazionale ungherese abbia messo al bando e poi cancellato le 15 repliche previste del Billy Elliot, il musical che racconta la storia di un bambino omosessuale, figlio di un minatore, che si appassiona alla danza. Secondo il New York Times, che ha lanciato la notizia, ripresa in Italia dall’Huffington Post, alla base della decisione ci sarebbe appunto la tematica gay riportata nello spettacolo. In realtà, a innescare la polemica è stato un articolo molto critico nei confronti del Billy Elliot uscito ai primi di giugno su Magyar Idok, un quotidiano considerato molto vicino ad Orban, che ad aprile è stato riconfermato per un terzo mandato, a conferma che spesso più si è criticati all’estero e più si è profeti in patria, almeno così è in Ungheria.

Orban “bestia nera” dei cultori del politicamente corretto

«Come può un’istituzione nazionale così importante come l’Opera – ha chiesto polemicamente nell’articolo Zsofia N. Horvath – usare una performance concepita ad uso di bambini intorno ai 10 anni, ovvero nella loro età più fragile, fare questa propaganda gay? Promuovere l’omosessualità non può essere un obiettivo di Stato, soprattutto in un momento in cui la popolazione invecchia e diminuisce». Secondo la Horvath, il governo Orban mira a promuovere la famiglia mentre Billy Elliot non farebbe altro che convincere i ragazzini «a prendere un’altra direzione: una direzione – afferma – che non avrebbero preso altrimenti». Alla presa di posizione del giornale aveva replicato Szilveszter Okovacs, direttore nazionale dell’Opera, dicendo che «solo perché qualcosa che è innegabilmente parte della vita viene mostrata su un palco, non vuol dire che si stia promuovendo quella cosa».