Lampedusa, lite furiosa tra big Pd per la gestione dei clandestini nell’isola

Il sindaco di Lampedusa Salvatore Martello racconta fandonie su di me sulla gestione dei migranti. Lui e l’intera amministrazione non si limitano a sparare fandonie, ma buttano benzina sul fuoco, incendiando gli animi, perché ricreare l’emergenza, che non c’era più, dovrebbe servire a far dimenticare ai cittadini le inefficienze su tutti gli altri fronti. Dato che non esiste”. Ad attaccare il primo cittadino è l’ex sindaco Giusi Nicolini, arrabbiata per una riunione che si è tenuta nei giorni scorsi al Comune per parlare di clandestini. “Apprendo che si è tenuta una pubblica riunione presso il Comune di Lampedusa per trattare il tema migranti – spiega Giusi Nicolini – L’attuale sindaco ha aperto la riunione dichiarando una serie di fandonie, tra le quali meritano particolare attenzione le seguenti: che i dichiarati problemi di ordine pubblico provocati dai ragazzi tunisini presenti in questo periodo sull’isola (alcuni piccoli furti e qualche scontro), siano tutti da addebitare al sistema hot spot; che l’hot spot sia una mia creatura o, comunque, sia stato da me voluto; che la ragione per cui io avrei voluto l’hot spot a Lampedusa sia la solita: quella che io ci avrei guadagnato in immagine; che l’unica soluzione a questo disastro (tutto provocato, naturalmente, da me) sia far chiudere l’hot spot e, quindi, il centro di accoglienza”. “Ora, io ritengo che sia possibile vaccinarsi contro gli impostori e che i lampedusani meritino verità e rispetto. Andiamo per gradi – spiega l’ex sindaco di Lampedusa – L’hotspost è una struttura dove si effettua l’identificazione di tutte le persone sbarcate entro le 72 ore dal loro arrivo, con contestuale inserimento delle informazioni (impronte, foto, generalità) in una banca dati europea, oltre che in quella italiana; non è, ovviamente, una mia invenzione. Non è neppure una invenzione dell’allora ministro Alfano o del Governo italiano, né di quello greco; è noto da oltre due anni che il sistema hotspot (cioè l’identificazione obbligatoria, fatta nel luogo di sbarco, di tutti coloro che sono stati soccorsi) è stato voluto dall’Europa e imposto all’Italia e alla Grecia come condizione necessaria per attuare il ricollocamento dei rifugiati negli altri Paesi Europei”. “L’Europa ha, cioè, detto più o meno questo: ”Se volete che una parte dei rifugiati venga accolta dagli altri Paesi Europei, secondo quote prestabilite, dovete prima istituire gli hotspot e, se non lo fate, noi non prenderemo in carico nessun rifugiato sbarcato in italia o in Grecia” – dice ancora Giusi Nicolini – Il sistema hotspot serviva all’Europa a rendere effettivo il sistema d’asilo stabilito dal Regolamento di Dublino, che è la vera causa di tutti i mali sia per i rifugiati che per le comunità dei Paesi di sbarco, perché appunto stabilisce che deve rimanere in Italia chiunque vi sbarchi”. “La ragione fondamentale per cui è stato imposto l’hotspot è chiarissima: se tutte le persone sbarcate vengono identificate e i loro dati inseriti in un’unica banca dati, sarà facile rimandare indietro (verso l’Italia o la Grecia) coloro che tenteranno di attraversare le Alpi (o i Balcani), cioè tutti i migranti cosiddetti ”economici” o comunque coloro che non possono avere lo status di rifugiato, o anche gli stessi rifugiati non compresi nel piano di ricollocamento europeo – spiega ancora Nicolini – L’hotpost si inquadra, quindi, nella più ampia strategia di chiusura delle frontiere, anche se di fatto favorisce clandestinità, sfruttamento, abbandono”.

“Gli hotspot sono stati attivati nel 2015 a Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle. Ma nel centro di Lampedusa sono state sempre svolte le operazioni di identificazione delle persone soccorse… – aggiunge l’ex sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini – L’unica novità consiste nel fatto che gli organi di Polizia italiani vengono ”aiutati” da funzionari delle Agenzie Europee. Cosa è cambiato per Lampedusa? Sostanzialmente l’hotspot ha comportato, specie all’inizio, l’allungamento dei tempi di permanenza degli ospiti del centro che rifiutavano di dare le impronte”. E ancora: “Infatti, mentre prima dell’hotspot poteva verificarsi (per varie ragioni) il trasferimento di persone anche senza le impronte, dal settembre 2015 questo non succede più – spiega Nicolini – Ma sappiamo bene che la ragione principale per cui si allungano i tempi di permanenza nel centro di Lampedusa non è (o non è più) questa, bensì la mancanza di posti nell’hub, nei centri di seconda accoglienza e, per i ragazzi tunisini, nei Cie”. “La nascita dell’hotspot non ha invece comportato nessuna modifica strutturale al Centro di Lampedusa, dal quale si continua a uscire con lo stesso metodo dal quale si usciva dal centro chiamato Cps o chiamato Cie o Cpsa: dai buchi della recinzione – aggiunge Nicolini -.  Perché in una isola come Lampedusa non basta uscire dal centro per fuggire in Italia e andare in Svezia. Quindi, comunque si chiami il centro, ci sarà un buco. Se gli ospiti non vengono trasferiti velocemente, infatti, è l’isola stessa la loro prigione. (Dico questo, perché il ”buco” era il vero tema della riunione in Comune)”. E dice: “Cosa è cambiato, invece, per rifugiati e migranti? Tutto. Non possono più raggiungere la loro meta e sono costretti a rimanere in Italia (tralascio qui il tema circa delle loro tutele giuridiche). Anche per l’Italia è cambiato tutto: mentre prima gli sbarcati defluivano verso la Francia, la Germania, il Nord Europa, oggi affollano i Cas, esercitando una pressione crescente sul sistema di accoglienza. E più è intasato il sistema nazionale di accoglienza, più a lungo saranno detenuti gli ospiti nel centro di Lampedusa e negli altri hotspot della Sicilia. Per sapere come l’allora sindaco Nicolini reagì, basta andare a vedere le numerosissime dichiarazioni pubbliche di riprovazione, ma anche le note inviate al ministero e avvisi alla cittadinanza. A onor del vero, i problemi maggiori per la comunità lampedusana, dopo l’hotspot, si sono verificati nei primissimi mesi successivi alla sua istituzione (nell’avviso alla cittadinanza dell’8 gennaio 2016, ne spiegavo le ragioni), quando soprattutto gli eritrei rifiutavano le impronte e protestavano. Già da tempo, invece, le persone sbarcate hanno compreso che non è più possibile rifiutare le impronte, anche perché nel frattempo gli attentati terroristici che hanno colpito l’Europa hanno elevato il livello di allarme e le esigenze di sicurezza, benché non sia il Mediterraneo la porta di ingresso per i terroristi”.