Il femminismo che insegue il #metoo e dimentica la protesta del velo in Iran

Ci sarebbe da ragionare a lungo su come viene rielaborata la giornata dell’8 marzo a seconda delle tendenze imposte dal pensiero progressista del momento. La festa della donna continua a rappresentare la passerella delle femministe. Per chi non si riconosce nelle loro battaglie restano gli sconti su profumi e deodoranti nei supermercati e nelle profumerie. E persino il rametto di mimose, sulla scia del fondamentalismo ambientalista, è ormai destinato al tramonto.

Ma cosa predica oggi il femminismo? Si accoda al movimento del #metoo, nato dalle denunce delle attrici di Hollywood contro i maschi predoni alla Weinstein. Non a caso oggi su Repubblica campeggia in prima pagina la foto dell’attrice Asia Argento che alla vigilia dell’8 marzo ha parlato delle sue vicende al Parlamento europeo. Asia in un’intervista si lamenta per come è stata trattata dopo le sue rivelazioni: “Sono caduta in una enorme depressione e non solo per come sono stata trattata in Italia ma perché ho rivissuto il trauma, anche nel mio corpo: tremavo, così come tremavo durante lo stupro”.

Le questioni aperte dal movimento #metoo sono controverse: si rischia infatti i radicalizzare il conflitto tra i sessi, di vedere nell’uomo solo un potenziale stupratore, un nemico da cui guardarsi scegliendo come testimonial di questa visione poco ottimista volti famosi e noti dello star system. Non tutte sono convinte di questa battaglia: la scrittrice canadese Margaret Atwood (autrice del best seller Il racconto dell’ancella) accosta per esempio l’attuale clima di #MeToo ai processi per stregoneria di Salem, “in cui una persona era colpevole perché accusata” e alle rivoluzioni nelle fasi di “terrore e virtù”, come la Rivoluzione francese, le purghe di Stalin in Urss, le Guardie rosse in Cina, il regno dei generali in Argentina e gli inizi della Rivoluzione iraniana”. L’attrice Catherine Deneuve ha addirittura lanciato un’offensiva contro le denunce per molestie al grido di “viva la libertà di importunare”.

Ciò che colpisce di tutto questo dibattito è la sua leggerezza, il fanatismo ideologico che vi è sotteso e il rischio concreto di indebolire la figura femminile dipingendola per forza come una “vittima”. Dinanzi a questo stupisce invece il silenzio del femminismo nostrano e occidentale rispetto alle battaglie per i diritti che stanno combattendo le donne dei paesi musulmani. Inseguire Asia Argento (con tutto il rispetto per i suoi drammi passati) e non fare delle donne iraniane che si tolgono il velo in segno di protesta l’immagine-guida di questo 8 marzo – peraltro funestato da uno sciopero incomprensibile – significa ancora una volta autorelegarsi nel limbo dell’insignificanza. Ha scritto opportunamente Giulio Meotti sul Foglio che sono ormai 33 le donne in manette per la protesta pubblica contro lo hijab. Dimenticate dalle femministe occidentali, le quali sono – come ha scritto Alain Finkielkraut – “giocatrici scorrette” che fingono di non avere incassato diritti e posti in prima fila.