A Dresda gli alleati vollero distruggere l’identità culturale tedesca (video)

Pochi sanno che due giorni dopo l’olocausto di Dresda Winston Churchill, che pure aveva approvato i bombardamenti terroristi sulla Germania, scrisse ad Arthur Harris, detto bomber Harris, il teoreta dei bombardamenti sui civili, allora capo della flotta di bombardieri della Raf, dicendo che era il momento di rivedere la strategia britannica dei bombardamenti, in quanto “la distruzione di Dresda rappresenta una grave macchia sulla conduzione alleata della guerra”. Ma Harris non se ne diede per inteso e proseguì la sua opera di distruzione, che in origine era stata avallata dallo stesso Churchill e dai vertici militari. Oggi non è più messo in discussione da nessuno il fatto che questi bombardamenti non avevano alcun obiettivo militare e che debbano essere catalogati come crimini di guerra contro l’umanità. Ma né gli inglesi né gli americani si sono mai posti il problema di presentare scuse o prendersi le loro responsabilità: anzi, a Londra c’è addirittura un monumento a Bomber Harris. Secondo molti, distruggendo oltre a centinaia di vite umane anche inestimabili testimonianze artistiche, gli alleati intendeva distruggere l’identità culturale del popolo tedesco, e in parte vi sono riusciti. L’aveva dello lo stesso Churchill, prima nel 1940 e poi nel 1942: “Vogliamo fare della germania un deserto”, e poi “Vi sono 70 milioni di unni malvagi, di cui solo alcuni da salvare…”. Come appurato, questi bombardamenti di fine guerra sulla Germania erano completamente inutili dal punto di vista militare, eppure moltissime città furono rase al suolo: da Amburgo, a Magdeburgo, a Padeborn, a Muenster, a Potsdam, a Cemnitz, a decine di altri piccoli centri. Né dopo la guerra i tedeschi chiesero mai le scuse degli alleati, perché tutti i giornali erano sotto lo stretto controllo angloamericano. Tuttavia, dopo Dresda e Hiroshima, gli angloamericani non bombardarono mai più a tappeto le città, rendendosi probabilmente conto dell’orrore.

Della Firenze dell’Elba non rimase più niente

Secondo Konrad Adenauer, che lo disse nel 1955, ci furono 250mila morti, molti dei quali scomparsi senza lasciare traccia perché completamente calcinati dagli ordigni al fosforo, e anche perché nella città, che contava seicentomila abitanti, vi erano almeno duecentomila rifugiati da altre parti della Germania. Proprio perché la si riteneva sicura in quanto non obiettivo militare. Non c’è dubbio che si trattò di uno dei tantissimi bombardamenti terroristici, come scrisse l’inviato dell’Associated Press sul posto, che gli alleati avevano iniziato a utilizzare per minare il morale dei tedeschi e degli italiani. Tanto è vero che l’unico obiettivo militare della città di Dresda, la ferrovia, non fu colpita: due giorni dopo il bombardamento infatti funzionava di nuovo. Né Dresda era mai stata colpita pesantemente in precedenza, perché gli alleati non la consideravano un obiettivo militare. L’operazione, che si chiamava Thunderclap, fu attuata recuperando piani precedenti, ma fu messa in azione dopo la conferenza di Yalta, dove sia Dresda sia Berlino erano state indicate come obiettivo. E infatti dopo entrambe furono bombardate pesantemente. Il 13 febbraio la città fu colpita in due ondate: la mattina gli inglesi e la sera gli americani, che lanciarono sulla città 1500 tonnellate di bombe esplosive e 1200 di bombe incendiarie. Il giorno successivo i B-17 americani lanciarono complessivamente altre 1500 tonnellate di bombe dei due tipi. In particolare, le bombe incendiarie, in una città con strade strette e edifici ravvicinati, spesso di legno, crearono una autentica tempesta di fuoco, che gettava letteralmente le persone dentro le fiamme. Molte migliaia di persone, ustionate dal fosforo, si gettarono nell’Elba, dove in tantissimi annegarono senza lasciare traccia. Cadaveri continuarono a essere trovati almeno sino al 1966. Della “Firenze sull’Elba” non rimase più niente. Inestimabili i capolavori artistici scientemente distrutti dai liberatori: Dresda era soprannominata Firenze sull’Elba per la concentrazione di monumenti e di opere d’arte. Da notare che il 14 febbraio ci fu in intervallo di tre ore tra due ondate di bombardamenti, e questo per consentire ai soccorritori, le ambulanze, i medici, i volontari, i mezzi antincendio di raggiungere i luoghi colpiti e poi ribombardare di nuovo sui soccorsi e contemporaneamente sorprendere la popolazione civile fuori dai rifugi, che peraltro erano pochi e nei quali entro il gas caldo delle bombe incendiarie. Al terzo attacco l’incendio di Dresda era visibile a centinaia di chilometri di distanza.