Sesso matto, sono oltre 5mila gli italiani che rifiutano il proprio genere

Nati in un corpo che non sentono conforme al genere in cui si riconoscono: uomini che si sentono donne e donne che si identificano nel genere maschile. Si stima siano circa 5.000 gli italiani con disforia di genere (Dig), uno stato di disallineamento forte e persistente fra l’identità di genere e il sesso assegnato alla nascita secondo i dati biologici che ci fanno classificare come maschi o femmine. Il rapporto è di 3 a 1, con una prevalenza di 1 su 10-12.000 maschi e di 1 su 30.000 femmine. «La disforia di genere – afferma Piernicola Garofalo, presidente Ame Onlus, – è difficilmente compresa perché viene spesso confusa con il travestitismo e legata a contesti quali prostituzione o tossicodipendenza, con cui nulla ha in comune. Il desiderio di cambio di genere non è dettato da una preferenza sessuale, ma è una questione di identità». I problemi nell’identità di genere – spiegano gli esperti – appaiono generalmente già nei primi 5 anni di vita. 

La disforia di genere insorge verso i 5 anni

Chi si trova in questa situazione, da tempo ormai ricorre al bisturi per il cambio di sesso. Ma non è una strada semplice, anzi è decisamente lungo e non privo di difficoltà. Il presupposto giuridico e, ovviamente, la maggiore età. Una volta compiuta si comincia con uno o più colloqui con uno psichiatra che deve certificare che la persona rientra nei parametri della disforia di genere. A questo punto, spiega l’avvocato Gianmarco Negri, «ottenuto il nulla osta, interviene l’endocrinologo che prescriverà le terapie ormonali». Qui si apre la  fase che i protocolli indicano come obbligatoria di real life test, della durata di 10-12 mesi circa, durante i quali la persona deve vivere con i vestiti del genere opposto, scegliere un nome con il quale essere appellata e sperimentare concretamente come si sente nell’identità alla quale sente di appartenere.

L’odissea dei trans tra codici e bisturi

Dopo di che può adire un giudice per ottenere l’autorizzazione agli interventi chirurgici (non più obbligatori) e ottenere la rettifica anagrafica. «Può però accadere – ha proseguito Negri – che il magistrato non ritenga sufficienti le relazioni prodotte dalla parte e che disponga una consulenza tecnica d’ufficio con aggravio di costi e tempi per la persona».  In Italia non esiste una norma che obblighi il riconoscimento di una persona con l’identità percepita, nonostante esista una raccomandazione europea.