Consenso, bugie (e videotape): un libro su media e leader, da Mussolini a Grillo

Entrare nelle menti, penetrare la coscienza, condizionare i comportamenti, piegare il libero arbitrio all’adorazione del leader, vincere ma anche convincere, fino a far coincidere il proprio immaginario politico con quello del gregge da guidare. Perché se è vero che comandare è “meglio che fottere”, come recita un vecchio adagio napoletano, in Italia – dove la politica è da sempre il gioco degli inganni e degli innamoramenti collettivi- manipolare è anche più eccitante che governare, come ci spiega un libro del giornalista Fabio Martini che indaga sulla psicologia degli elettori e dei loro leader. 

Negli ultimi decenni è in Italia che sono state sperimentate le più sofisticate tecniche di controllo del consenso mai adottate nelle più moderne democrazie occidentali e forse finanche nei più sperduti villaggi aborigeni ai confini del mondo. Fabio Martini, cronista politico e inviato della Stampa, ripercorre leaderismi e tecniche comunicative dal Ventennio in poi spiegandoci che l’obiettivo finale del politico, bravo, sporco, cattivo o presentabile, è stato sempre quello di forzare le menti per aprirle con la suggestione, con un lento giro di bisturi più che con la brutalità del piede di porco. Perché da Mussolini e Grillo, oltre i toni e gli atti politici, la partita mediatica con la sola forza non sarebbe mai stata vinta. Serviva toccare le corde giuste, con astuzia, per ottenere una profonda e convinta adesione.

Mussolini, forza e persuasione

“Il fascismo aveva spinto tutti e tre o pedali della propaganda: denigrazione del nemico, alimentazione della paura, ottimismo e autopromozione. Ma i primi due erano fisiologici per un regime dittatoriale… Lo strumento più originale, utilizzato con convinzione e maggiore efficacia, si era rivelato quello imperniato sulla persuasione edificante…. Resta difficile misurare in modo puntuale in che proporzioni la pressione esercitata dal regime attraverso i mezzi di informazione per vent’anni abbia inciso, lì e allora, sulle opinioni e sull’autorappresentazione dei milioni di italiani che vissero in quegli anni… Come è stato osservato da Simona Colarizi nel suo ‘L’opinione degli italiani sotto il regime’, la stabilità e la durata del regime fascista furono garantite proprio dal delicato equilibrio tra coercizione e consenso, tra leva repressiva e persuasione esplicita e subliminale. E quando il regime cadde, anche nella sua appendice di Salò, nessuno fu in grado di prevedere che alcune di quelle tecniche, rivedute e poco corrette, avrebbero fatto scuola nella rinata democrazia italiana”, è scritto nelle prime pagine de “La fabbrica delle verità, l’Italia immaginaria della propaganda da Mussolini a Grillo” (Marsilio Nodi, 16 euro).

La Dc alla guerra della comunicazione

Il dopoguerra sposta la guerra della comunicazione sul terreno della propaganda spicciola, tra comunisti e democristiani: in scena entrano i censori, con il cinema, e poi la tv, al centro delle strategie di condizionamento dell’opinione pubblica, nel solco della garanzia morale offerta alla Chiesa cattolica dalla Dc di De Gasperi e dei tentativi di sfondamento della stessa portati avanti dagli emissari, nel mondo della cultura e dell’arte, del Pci di Togliatti.

Negli anni Cinquanta, “tra mille traversie, le forbici della censura finiscono per tagliare le pellicole dove vogliono Chiesa e governo. Alla Chiesa sta a cuore la salvaguardia della famiglia tradizionale, la castità, lì immagine del clero. Al governo si preoccupano perché l’umore collettivo non scivoli verso il pessimismo ma anche per l’immagine di tutti i rappresentanti dello Stato…”, scrive Fabio Martini. Nel mirino del super censore Dc, un certo Giulio Andreotti – diventato suo malgrado star della celluloide con Il Divo nella rappresentazione di Paolo Sorrentino – finiscono anche i grandi capolavori del neorealismo italino, di De Sica, Visconti, Fellini, Antonioni, che danno al paese orgoglio e gloria internazionale e spiazzano i babucchioni democristiani. “Accusati di disfattismo e di screditare lì immagine del proprio paese, i registi neorealisti hanno finito per aiutare l’Italia in maniera maggiore di qualsiasi azione diplomatica”.

La Rai e le mani dei partiti

Con l’avvento della tv le grandi mani della politica si allugano subito sulla Rai, sui telegiornali ma perfino sul Carosello, anche qui con la morsa democristiana a stringere il campo delle opinioni. Nel mirino finiscono anche Dario Fo e Franca Rame in un programma di intrattenimento, Canzonissima, che nel 1962 appare troppo sbilanciato a sinistra proprio a causa dei suoi conduttori. Licenziati. Roba che neanche Berlusconi con Santoro, dalla Bulgaria. I Fanfani, i Moro, gli Andreotti, per anni “si sforzano di orientare i mass media per offrire una rappresentazione cloroformizzata della realtà italiana, soffocando gli eccessi di pessimismo e di asserito disfattismo”. Siamo negli anni Settanta, quelli di piombo, la comunicazione giornalistica, sull’asse Dc-Pci, viene orientata a rappresentare uno Stato forte che reagisce al terrorismo, “niente dirette dai luoghi degli attentati, delle stragi, poche interviste”, cortina interrotta improvvisamente dalle immagini choccanti della strage per il rapimento Moro, quando Paolo Frajese si aggira tra le auto crivellate di colpi e rivoli di sangue a ora di cena, nei salotti degli italiani. E’ il cambio di passo, il liberi tutti. “Quelle immagini di grande impatto emotivo daranno il tono alla narrazione successiva, segnata da una informazione isterica e martellante, che rischiava di gettare l’Italia nel panico”, sottolinea Martini.

Berlusconi il diavolo della comunicazione

Tangentopoli, i giudici star, la politica che arretra e i vecchi partiti che perdono il controllo dei media: anni Novanta, arrivano le tv commerciali, ecco Silvio Berlusconi, tutto cambia ancora ma non quella disperata ricerca del consenso mediatico prima ancora delle idee. Berlusconi gioca la carta dell’ottimismo e dell’anticomunismo, ma anche quello della tecnica televisiva, co videotape “ad personam”, autoprodotti, ma anche slogan efficace e soprattutto “una descrizione del male che apre la strada all’avvento del bene, l’uomo nuovo”. Il solco sembra essere quello di Bettino Craxi, “quello dell’edonismo e dell’individualismo”. La sinistra reagisce coi i giornalisti militanti, cresciuti all’ombra di Botthege Oscure, è l’era del talk show politico e fazioso, anti-berlusconiano, spunta Michele Santoro, l’uomo del Pci che la nuova sinistra a un certo punto non riesce più a controllare, perché il giornalista salernitano cavalca l’antipolitica, il nemico è il Cavaliere ma non solo. Il nemico è il politico, in generale. Con l’avvento della sinistra prodiana si prova un approccio soft, un modello british di controllo dell’informazione che passa per intellettualie professore, Santoro non va bene, Berlusconi lo adocchia e lo porta a Mediaset, la guerra si sposta sul piano commerciale, i politici invadono le tv e i manifesti per strada, l’antiberlusconismo spacca l’Italia e la pubblica opinione, si lotta su media schierati, a colpi di veline giudiziarie e aziendali e di rappresentazioni di reciproche catastrofi.

Renzi e la negazione della realtà

L’ottimismo del Cavaliere diventa mediaticamente una vera e propria apologia di se stesso con l’avvento di Matteo Renzi, il giovane vecchio, il “penso positivo”, il portatore sano di quel ragionamento poltitico “euforico ed euforizzante, espresso con un linguaggio chiaro che taglia con il politichese”, quello in cui ogni provvedimento è indispensabile e atteso da anni, quello del “futuro che è un luogo bellissimo dove andare insieme”. Quello che da lì a tre anni, dopo una fiammata iniziale e una sistematica occupazione del potere, nei giornali, in Rai, nelle tv, perfino nei centri culturali, a dispetto della retorica anti-partitica farà segnare un declino rapido e improvviso in nome di quella simpatica che si trasformerà in “antipatia”, per ammissione dello stesso Renzi.

Grillo e la politica della post-verità

L’era di Grillo è quella che per certi aspetti riassume tutte le precedenti e le sublima nella visione da Grande Fratellino: nella descrizione di Martini, il leader del M5S riprende i toni enfatici del primo Mussolini, lo spirito di antagonismo della vecchia Dc assediata dai comunisti, l’idea di comunicazione sublimanale di Berlusconi (niente cassette inviate ai giornali ma video virali sul blog) la retorica “tenchiana” del “cambierà” proposta dai renziani. La rete fa da collante a un approccio politico aggressivo, i grillini introducono il tema delle fake-news e ne fanno battaglia politica, il tema della post-verità diventa centrale nel linguaggio, un modo come un altro, solo più sofisticato, per dire che si può iniziare a raccontare una storia, in attesa che qualcuno la smentisca, ma intanto qualcosa resterà. E gli altri? Si adeguano subito.

“I leader politici sono sempre più interessati a irretire quei cittadini che vivono tanta parte delle loro giornate davanti agli schermi più piccoli, ma orma più attraenti di quelli televisivi. Per fortuna – o forse per sfortuna – “fuori dalla bolla comunicativa la realtà continua ad esistere e alla lunga – conclude Martini – è più forte di ogni suggestione”. Per sfortuna, solo per sfortuna.