Ecco l’indipendenza dei magistrati: il pm Di Matteo “ministro” del M5S

Avanti un altro: dopo Di Pietro, De Magistris, D’Ambrosio, Colombo, Ingroia, Emiliano, per tacere della miriade dei meno famosi, la prossima new entry in politica direttamente dai ruoli della magistratura ha il volto e il nome di Nino Di Matteo, già pm antimafia a Palermo, dove torna per il controverso processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia giunto ormai alle sue battute finali, e da circa un mese a Roma come sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia (Dna), cui è giunto a seguito di un iter alquanto tormentato. «Per quanto riguarda il mio futuro non escludo nulla…», si è infatti lasciato scappare Di Matteo rompendo il silenzio che da tempo opponeva a chiunque gli chiedesse chiarimenti circa le voci che lo davano molto vicino al M5S.

Di Matteo continuerà a seguire il processo sulla “Trattativa”

Voci che ora trovano conferma per bocca dello stesso magistrato il quale, secondo indiscrezioni, dovrebbe occupare la poltrona di ministro dell’Interno in un eventuale governo grillino. Ovviamente, solo dopo la conclusione del processo palermitano. Lo ha riferito lo stesso Di Matteo precisando che «se dovessi essere, in futuro, chiamato a servire il paese, con l’assunzione di un incarico politico, al termine di quell’esperienza non tornerei in magistratura». Staremo a vedere. Comunque sia, Di Matteo è solo il caso più recente di magistrato che si tuffa in politica sulla scorta di iniziative giudiziarie dotate di sicuro appeal mediatico. Il più clamoroso è senz’altro quello di Antonio Di Pietro, trasmigrato dal pool Mani Pulite al ministero dei Lavori Pubblici del primo governo Prodi. Dalla stessa inchiesta proveniva anche Gerardo D’Ambrosio, che non entrò al governo, ma “solo” al Senato nelle liste del Pd. Non andò invece oltre il Cda della Rai, ovviamente in quota Pd, Gherardo Colombo, anch’egli volto noto del pool.

L’Italia è ormai una repubblica giudiziaria

Da Milano a Catanzaro lo schema non cambia: nel capoluogo calabrese è  l’inchiesta Why Not, rivelatasi per altro un fiasco clamoroso, a far lievitare le quotazioni di Luigi De Magistris. Il resto lo fa il salotto  della premiata ditta Santoro&Travaglio grazie al quale l’attuale sindaco di Napoli diventa una star della tv. Dopo tanta notorietà, farsi eleggere al parlamento di Strasburgo con l’Italia dei Valori, il partito fondato nel frattempo da Di Pietro, è quasi un gioco da ragazzi. E Di Pietro e De Magistris, nel 2013, li ritroviamo tutti e due a dare manforte a Antonino Ingroia, fresco di investitura a leader politico e candidato a premier con il movimento Rivoluzione Civile. Come Di Matteo, anche Ingroia si è occupato della “trattativa”. Ma il suo imputato eccellente, il generale del Ros dei carabinieri, Mario Mori, è assolto. Domanda: al termine di questa parziale carrellata di magistrati “prestati” alla politica, c’è ancora qualcuno che pensa che un politico debba dimettersi dopo aver ricevuto un avviso di garanzia?