«Sei una secchiona», e giù cartelle in faccia e botte: il racconto della vittima

Ancora un caso di bullismo. Questa volta la vittima è una ragazzina di 16 anni, si chiama Giovanna e  frequenta un liceo linguistico di Secondigliano, a Napoli. Come racconta il Messaggero, è una delle più brave, sempre attenta, parla bene le lingue e adora la storia e la letteratura. Una “secchiona“, per dirla alla maniera dei compagni, a cui la sua voglia di studiare non va giù. Da qui gli atti di bullismo: emarginazione, sfottò, violenza e solitudine. La sua drammatica esperienza comincia in terza elementare quando viene presa di mira da un gruppo di bulletti. «Me lo ricordo ancora – dice la ragazzina nell’intervista al Messaggero – Era il 14 settembre del 2008, primo giorno di scuola. Cominciarono a prendermi in giro, dicevano che ero grassa, mi sfottevano. Io invece sarei stata felice di stare con loro, mi piaceva divertirmi, scherzare, giocare con le Barbie. Quando non mi prendevano in giro mi ignoravano, era come se non esistessi. Manco mi rivolgevano la parola. E forse era meglio così perché altrimenti mi massacravano».

Bullismo, la ragazza “secchiona” racconta le violenze fisiche subìte

Giovanna racconta di aver subito anche violenze fisiche «alle medie. Lì è stato il trauma peggiore. Non vedevo l’ora di concludere le elementari per cambiare scuola, compagni, tutto. Ero convinta che finalmente sarei stata trattata come gli altri. Niente più insulti, angherie e solitudine. Mi illudevo». Racconta di essere stata presa di mira da una ragazzina a cui dava fastidio «il fatto che fossi più brava di lei. Cominciò a tormentarmi con la complicità degli altri compagni: si placavano solo quando mi vedevano scoppiare in lacrime. Andare a scuola era diventato un inferno. Al punto tale che cominciai a pensare che il problema fossi io. Cominciai a pormi domande del tipo “perché ce l’hanno con me?”, “perché sono sempre sola?”, “perché non vado bene agli altri?”. Mi addossavo la colpa, “sono un disastro”, pensavo, “sono sbagliata”. Anche in palestra, nell’ora di educazione fisica, come una stupida speravo di poter giocare come gli altri. Invece no, dicevano che non ero buona a nulla e come al solito mi tenevano in disparte. Ma il peggio doveva ancora venire».