Di necessità virtù: 5 milioni di italiani lavorano di domenica e nelle feste

La crisi condiziona e trasforma l’Italia. Radicalmente. Anche se da decenni la fotografia è mutata. Poco alla volta si è passati da quella in bianco e nero delle domeniche “santificate” e “intoccabili” a quella a colori delle domeniche con i centri commerciali aperti, le botteghe con le saracinesche alzate, i locali con i megaschermi per vedere le partite. In più i negozi venuti fuori come funghi e gestiti da immigrati o cinesi, che vendono frutta anche alle 2 del mattino. Di necessità, virtù. Alla fine parlano le cifre: sono 4,7 milioni gli italiani che lavorano di domenica. Una buona parte di questi in negozio, in fabbrica o in ufficio anche il giorno di Pasqua. Tra questi quasi 5 milioni, 3,4 sono lavoratori dipendenti e gli altri 1,3 sono autonomi (artigiani, commercianti, esercenti, ambulanti, agricoltori, etc.). Se un lavoratore dipendente su cinque è impiegato alla domenica, i lavoratori autonomi, invece, registrano una frequenza maggiore: quasi uno su quattro. È quanto emerge da un’analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia, che si basa sull’andamento dello scorso anno.

Lavorano di domenica, non solo negli alberghi e nei ristoranti

Il settore dove la presenza al lavoro di domenica è più elevata è quello degli alberghi e dei ristoranti: i 688.300 lavoratori dipendenti coinvolti incidono sul totale degli occupati dipendenti del settore per il 68,3%. Seguono il commercio (579.000 occupati pari al 29,6%), la Pubblica amministrazione (329.100 dipendenti pari al 25,9%), la sanità (686.300 pari al 23%) e i trasporti (215.600 pari al 22,7%). Le realtà territoriali dove il lavoro domenicale è più diffuso sono quelle dove la vocazione turistica/commerciale è prevalente: Valle d’Aosta (29,5% di occupati alla domenica sul totale dipendenti presenti in regione), Sardegna (24,5%), Puglia (24%), Sicilia (23,7%) e Molise (23,6%) guidano questa particolare graduatoria. In coda alla classifica, invece, si posizionano l’Emilia Romagna (17,9%), le Marche (17,4%) e la Lombardia (16,9%). La media nazionale si attesta al 19,8%.