Afghanistan, dopo la superbomba non ci sono più notizie. Perché?

Cosa sappiamo degli effetti della superbomba lanciata in Afghanistan dagli Usa il 13 aprile a parte il fatto che è stata lanciata? Nulla, e forse non è un caso. Trump ha colpito l’Afghanistan ma dopo poche ore tutti si sono concentrati sulla Corea del Nord non senza averci dettagliato sulle meravigliose caratteristiche tecniche della cosiddetta “madre di tutte le bombe”. Abbastanza sottaciuta anche la notizia fornita dall’ex informatico Cia Edward Snowden, che ha rivelato che i tunnel bombardati erano stati costruiti proprio dagli americani negli anni Ottanta in funzione antisovietica. Una curiosa eterogenesi dei fini…

Ma alla fine quali sono stati gli effetti della bomba? Ci sono state vittime civili? Come hanno reagito i jihadisti locali? Quanto pesa l’Isis in Afghanistan? La versione ufficiale assicura che non ci sono stati civili uccisi (90 jihadisti uccisi e nessun civile) ma il cratere generato dalla GBU-43/b è sorvegliato dalle forze americane e nessuno può avvicinarsi, neanche l’esercito afghano. Solo gli inviati del sito Tolonews hanno osato avventurarsi da quelle parti.

Ma soprattutto quale strategia seguirà ora Trump in Afghanistan? La Casa Bianca non è affatto disinteressata alle sorti del paese, come dimostra il fatto che il generale americano Herbert R McMaster ha passato lì la Pasqua. La finalità della “visita” è stata spiegata da Emanuele Rossi su Formiche.net: “Il presidente Donald Trump – ha scritto – ha inviato il suo uomo del momento a dare sostegno a truppe e governo locale in uno scenario caldissimo dove la Nato è impegnata nella più grossa operazione della sua storia. Un’operazione lanciata nel 2001, quando gli Stati Uniti chiesero l’intervento collegiale dell’alleanza per ricostruire le strutture statali e stanare i qaedisti, protetti dai Talebani”. La presenza dell’Isis in Afghanistan è significativa ma non massiccia, al punto da far propondere l’opinione pubblica mondiale per l’interpretazione della superbomba come atto dimostrativo da parte dell’amministrazione Trump. 

Di certo non dovremmo essere così distratti sull’Afghanistan visto che lì operano oltre mille miliari italiani: un contingente che Matteo Renzi aveva intenzione di ridurre salvo poi cambiare idea su pressione dell’amico Obama (che evidentemente al ritiro non pensava affatto…). Un contingente, quello italiano, che è il secondo dopo quella Usa. Pertanto forse gli effetti della Moab in Afghanistan non rappresentano per l’Italia una notizia così trascurabile: calare il sipario troppo presto non è buon segno.