Madri in affitto: non tutte le femministe approvano. E finiscono alla gogna

Un forum alla Camera, il 23 marzo, contro l’utero in affitto. Il titolo dell’incontro, promosso da Se non ora quando- libere è “La maternità al bivio”. Lo scopo è chiedere che l’Onu consideri una pratica contro i diritti universali delle donne e dei bambini la maternità surrogata.

Ci saranno anche esponenti della galassia femminista, quelle che dicono no alla Gpa (gestazione per altri) pratica vietata in Italia ma ottenibile in molti Paesi del mondo. E sono proprio queste femministe che non si adeguano al “pensiero unico”  che vengono prese di mira sui social per le loro posizioni e trattate come “traditrici” dal mondo di provenienza. Come è accaduto di recente a Marina Terragni, che all’argomento ha dedicato un ebook, Temporary mother. Utero in affitto e mercato dei figli. (Vanda epublishing). Ora Terragni su Fb annuncia querele per una pagina (poi rimossa)  in cui è stata messa alla gogna per le sue idee contrarie all’utero in affitto. 

Dell’iniziativa che vedrà Roma il 23 marzo ospitare una nuova tappa della campagna globale contro l’utero in affitto ha parlato in più occasioni  Avvenire: in genere si ritiene che solo i cattolici (o meglio solo una parte del mondo cattolico) siano contrari alla Gpa. Viene del tutto ignorato il pensiero di molte femministe e anche di molte rappresentanti del mondo Lgbt. Di qui la particolarità dell’iniziativa romana in cui sarà esposto un altro punto di vista del femminismo sulla maternità: e cioè che essa non può essere  “privata del suo senso umano e ridotta alla bruta materialità biologica. Come accade invece nella pratica della maternità surrogata”. 

Nel dibattito sono intervenute anche giuriste come Silvia Niccolai, costituzionalista dell’università di Cagliari, che ha preso parte a Milano all’evento organizzato da Rua (Resistenza all’utero in affitto), rete trasversale e delle più diverse appartenenze contro la gpa (gravidanza per altri). Titolo: “Il mercato della gravidanza non è un diritto. È ancora possibile sottrarre la nascita al business?”.  «Vietare la maternità surrogata – afferma Silvia Niccolai – non è un divieto, al contrario, è affermare un diritto positivo che fa bene a tutti, cioè che il corpo delle donne non può essere oggetto di commercio».  

Un dibattito sommerso che trova voce solo sul giornale della Cei. Com’è possibile? «Il business della gpa, che pure è un reato, è così potente che ci sentiamo dei sovversivi – afferma la giornalista e scrittrice Marina Terragni, che si dichiara femminista –. In realtà difendiamo una legge dello Stato, che vige anche in Svezia, Norvegia, Francia, nella maggioranza dei Paesi. Addolora vedere che antichi compagni di viaggio sui diritti umani, su questa vicenda non siano capaci di dire qualcosa».

L’accusa di omofobia per queste paladine del valore della maternità è dietro l’angolo. Si sono viste anche chiudere la pagina Fb. E in più nessuno è disposto politicamente a fare da sponda a una battaglia che si annuncia come impopolare (anche perché sono le coppie etero quelle che in percentuale maggiore si rivolgono a una madre surrogata per avere un figlio). Se politicamente non si fanno passi avanti, tuttavia, culturalmente è necessario affrontare la questione senza se e senza ma: il desiderio di genitorialità non può arrivare alla gestazione per altri e all’idea che una madre possa essere affittata a tempo. Intanto il biobusiness della maternità surrogata per contratto ha raggiunto i 3 miliardi di fatturato “di cui alle donne – avverte Marina Terragni – arrivano solo le briciole” mentre agenzie e procacciatori di madri surrogate si danno da fare indisturbati. Nessuno li ferma. Perché?