L’Europa dei popoli e il fantasma della sovranità: ecco cosa è fallito nel progetto Ue

Mentre le celebrazioni capitoline del 60° compleanno dell’Europa entrano nel vivo, e i capi di stato e di governo del vecchio continente sfilati sul red carpet hanno appena ottemperato ai primi obblighi che il cerimoniale diplomatico prevede, non possiamo fare a meno di chiederci: ma che cos’è l’Europa, o almeno, questa Europa? Cosa c’è davvero da festeggiare? Al Campidoglio, dove sono radunati governanti e agenti delle forze dell’ordine in assetto da Stato Maggiore a loro difesa, c’è l’immagine plastica della costruzione – riuscita solo in parte – che oggi compie sei decenni, così come fuori dal Palazzo, nelle strade di una Roma deserta e presidiata, dove si respira l’imminenza di quello che ancora deve accadere, si snoda l’immagine plastica contrapposta, quella dell’Europa dei popoli.

L’Europa dei popoli e i fantasmi della Sovranità

Su questo quadro aleggiano i fantasmi della Sovranità e della Patria, che andrebbero declinati al plurale, così come molteplici sono i popoli di questo continente, e diverse le sue lingue, innumerevoli i suoi miti, i suoi ordinamenti giuridici, le sue usanze e, un tempo, anche le sue monete. E allora, fuori non si festeggia, ma si contesta l’Europa. Se ne mettono in discussione ascisse  geo-politiche e ordinate diplomatiche. Niente Europa allora? No, l’Europa resta un progetto perennemente in fieri, ma non un’utopia, perché ha un luogo, che uomini come il generale De Gaulle immaginarono dall’Atlantico agli Urali; un luogo dove, a dispetto delle incessanti guerre fratricide, svettano come simboli di una superiore unità i campanili delle cattedrali, gli edifici delle Università e le torri dei municipi. Certo, questi sogni e questi miti non possono essere realizzati nel segno delle Banche e di un’irresponsabile, onnipotente e paralizzante burocrazia; questa Europa che disconosce le proprie radici cristiane, laddove le sue piazze sono tutte dominate da edifici di culto di ben altri credi; questa Europa che ha rinunciato alla sua missione di portatrice di civiltà, senza rinunciare a esportare bombe al servizio di interessi internazionali “altri” e che si mostra ostile a una parte importante di sé, come la Russia, alla quale è stata solerte nell’infliggere dure sanzioni con il benestare degli Stati Uniti, allora a guida Barack Obama, e di una Unione europea fortemente germanocentrica. Sanzioni imposte a Putin a seguito dell’intromissione da parte della Russia nella crisi ucraina, e che hanno portato svantaggi non solo al Cremlino, ma anche – se non soprattutto – ai paesi cosiddetti “sanzionatori”.

Un’Europa incapace di una politica estera comune

Quella attualmente in vita è l’Europa che adotta strategie diverse sulla tragica questione dei migranti: è l’Europa che ha stralciato e rinnegato quello che di buono aveva fatto il governo Berlusconi con i trattati con la Libia, di cui da anni si cerca di replicare una sbiadita emulazione. E’ l’Europa che ci ha lasciati soli nel gestire un flusso di arrivi insostenibile; soli ad affrontare una dramma umanitario di dimensioni epocali e inquietanti problemi di sicurezza, alla ricerca di un equilibrio impossibile e comunque di là da venire. Questa Europa miope e incapace di una politica estera comune, insensibile alla vita che pulsa e capace solo di pretendere il rispetto di cifre e gabelle, trattati rigidi e astratti, da Maastricht a Lisbona, da Dublino a Basilea. Questa Europa che trama contro ufficialmente, e magari sottobanco sostiene fattivamente, che manovra e detronizza dittatori stranieri, a seconda degli interessi di questo o di quel governo nazionale, magari in combutta con centri di potere finanziario internazionali. Questa Europa che si dichiara per la pace, ma fa le guerre sbagliate e complotta contro i governi che sembrano non allinearsi ai diktat  di quegli oscuri poteri, gli stessi che hanno affondato l’economia reale per sostenere quella ingorda e dissennata della finanza. Questa Europa, siamo sicuri che sia quella voluta e sognata da Spinelli e Adenauer, da Delors e Schumann? In ogni caso, non è questa la nostra Europa, ma non è neppure quella pretesa dai cortei al via o già in corso nelle strade di Roma stamattina: quella dei cosiddetti antagonisti, dei nuovi Unni incappucciati e armati, calati con le loro squadre sulla Città Eterna la cui capacità di resistenza oggi sarà duramente messa alla prova. La nostra, infatti, è l’Europa delle Patrie che si riconosce in un destino comune, come soggetto politico federale a base democratica, dove la Sovranità, ereditata dalla Storia, possa essere piena e responsabile di fronte ai popoli.