Istat, è ancora crisi: “Pil sotto del 7% rispetto al 2008”. Crolla l’agricoltura

La situazione è ancora emergenziale. Nel quarto trimestre del 2016 il Pil italiano – corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato – è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1,0% rispetto al quarto trimestre del 2015. Lo illustra  l’Istat precisando che nella stima preliminare del 14 febbraio, le statistiche indicavano un identico aumento congiunturale dello 0,2% ma una crescita tendenziale maggiore, pari all’1,1%. Non cresciamo quanto si dovrebbe. La variazione congiunturale segna un rallentamento rispetto al +0,3% del secondo trimestre. Siamo agli “zero virgola”. Dietro i numeri si evidenzia una débacle cui ci ha condannato la triade Monti-Letta.Renzi. Il livello del pil italiano del 2016 “è ancora inferiore di oltre il 7% rispetto al picco di inizio 2008″. E “solo nel 2016 ha superato quello del 2000“, si legge nel quinto “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi”. Sono tanti i settori maggiormente colpiti.

Perse 194mila imprese

Per le imprese siamo al bagno di sangue. L’Istat rivela che dal 2011 al 2014 il nostro Paese ha perso ben 194mila imprese (-4,6%), con un numero di addetti coinvolti nella crisi pari a 800mila unità (-5%). Le costruzioni hanno risentito in modo pesante dalla crisi (-10% di imprese, -20% di addetti, -30% di valore aggiunto). Più contenute, invece, le perdite subite nel manifatturiero (-7,2% d’imprese, -6,8 di addetti) e nei servizi di mercato (-4,7 e -3,3%). I servizi alla persona sono l’unico comparto che ha visto aumentare aziende (+5,3%) e addetti (+5,0%).

Brunetta: “Solo l’Italia non recupera terreno”

«Le politiche economiche di questo ultimo triennio a guida Renzi non hanno sfruttato la straordinaria opportunità che si è creata e si sono mostrate insufficienti per rilanciare il Paese. Occorre un nuovo impulso in un contesto che potrebbe rivelarsi assai più complesso», commenta i dati  Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia.  «Peraltro l’analisi sulla competitività del sistema mostra chiaramente come il nostro divario con le economie principali (Germania, Francia, Spagna) sia aumentato – continua – non tanto a causa della recessione economica quanto per l’incapacità di ripartire e di fare politiche adeguate per lo sviluppo dell’Unione Economia e Monetaria. Non solo Francia e Germania già hanno recuperato la crisi e sono a livelli di Pil superiori di quelli del 2008, ma anche la Spagna ha sostanzialmente recuperato il terreno perduto in questi otto anni. L’Italia, invece, ha ancora un pesantissimo gap del 7 per cento di Pil in meno rispetto al 2008», conclude l’ex ministro.

Peggiorano i consumi delle famiglie

Quadro fosco anche per quanto riguarda i consumi. «Nonostante il lieve incremento, si tratta di un netto peggioramento rispetto al III trimestre, quando, in termini congiunturali, la spesa delle famiglie residenti era aumentata dello 0,2%, ossia del doppio, mentre nel II trimestre il rialzo era addirittura dello 0,5% rispetto al I trimestre, ossia 5 volte tanto».  Ad affermarlo è Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. «Insomma, le cose invece di migliorare, peggiorano, almeno dal lato che a noi interessa, ossia i consumi delle famiglie» osserva Dona. «Se si considera che la spesa delle famiglie è pari, nel IV trimestre, a 237.256 milioni di euro su un Pil di 393.512, ossia rappresenta il 60,3% del Pil complessivo, è evidente -aggiunge ancora il presidente dell’Unc- che se vogliamo far crescere questo Paese, la priorità del governo deve diventare il rilancio della capacità di spesa degli italiani”.

Coldiretti, l’eggetto devastante della deflazione

L’agricoltura non sta meglio e fa segnare un calo del 3,7% del valore aggiunto per l’effetto della deflazione nei campi che ha tagliato i prezzi riconosciuti agli agricoltori, che in alcuni casi come per il grano sono scesi ben sotto i costi di produzione. E’ l’analisi della Coldiretti divulgata sui dati Istat.  A pesare, sottolinea la Coldiretti, è stato l’andamento dei prezzi pagati agli agricoltori che si sono ridotti del 5,2 % con punte del -11,6% dei prezzi dei cereali nella media annua secondo Ismea. Gli agricoltori nel 2016 hanno dovuto vendere piu’ di tre litri di latte per bersi un caffè o quindici chili di grano per comprarsene uno di pane ma la situazione non è migliore per le uova, la carne o per alcuni prodotti orticoli.