I ragazzi di Salò? Veri rivoluzionari. Un libro ribalta i vecchi tabù storiografici

Di titoli sulla Rsi se ne contano a bizzeffe. Alcuni sono davvero illuminanti, altri si muovono nella dimensione – sia pure importante – della testimonianza, altri obbediscono a logiche di parte. C’è ora un libro in uscita per la casa editrice Il Mulino anticipato sul Corriere da un’analisi di Paolo Mieli, L’Italia di Salò 1943-45, che tenta di fare i conti oltre ogni pregiudizio con una pagina di storia fino ad oggi rimossa o deformata. Gli autori, Mario Avagliano e Marco Palmieri, ben sottolineano – scrive Paolo Mieli – “i limiti della storiografia che ha teso a negare ogni dignità a coloro i quali militarono dalla ‘parte sbagliata’ “. 

Quella scelta fu per molti giovani e giovanissimi non una macchia, non una colpa ma – affermano i due autori del libro – “una sorta di rivolta generazionale contro il vecchio sistema, rappresentato dalla monarchia, dalle forze della borghesia che avevano voltato le spalle a Mussolini e dai quadri dirigenziali del regime”. Il tabù storiografico che considera i combattenti della Rsi “avventurieri” o “idealisti in buona fede” non è utile chiave di lettura per spiegare dopo decenni un fenomeno che attirò tanti giovani, molti dei quali destinati dopo la guerra ad una brillante carriera nel mondo dello spettacolo. 

Tra questi, oltre alla famosa coppia di attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, Giorgio Albertazzi e Dario Fo, Enrico Maria Salerno, Ugo Tognazzi, Walter Chiari, Mario Carotenuto, Mario Castellacci, Fede Arnaud Pocek e Raimondo Vianello, che meglio di altri seppe spiegare cosa lo spinse ad andare volontario nella Rsi, e cioè “un impulso di ribellione verso il colonnello comandante che il 12 settembre del 1943, con un piede già sulla macchina carica di roba, mi chiamò per dirmi a bassa voce come fosse una confidenza: ‘Vianello, si salvi chi può!’ “. Un esempio classico dello stile italiano del pavido voltagabbana, una cifra esistenziale che appunto i giovani della Rsi vollero respingere col loro esempio, pur se consapevoli di andare a combattere per una causa destinata a perdere. 

Mieli sottolinea inoltre che il libro dedica pagine particolarmente interessanti al fascismo clandestino nell’Italia liberata, ai “non cooperanti” – in particolare quelli del campo di Hereford – e ai gruppi spontanei che si organizzano nell’Italia meridionale e in particolare in Sicilia dopo lo sbarco alleato raccogliendo i fedelissimi del fascismo. Un capitolo dove spiccano i nomi di Dino Grammatico, Maria D’Alì, Salvatore Bramante, Angelo Nicosia. La storia della rete di non cooperanti e fascisti in Sicilia è ricca di episodi poco conosciuti e per nulla approfonditi. Nella fase finale della guerra, ad esempio, in Sicilia si sviluppa – annota Paolo Mieli -una protesta “contro la leva a cui aderiscono insieme elementi neofascisti, anarchici, cattolici, separatsiti e comunisti. Ci si batteva, con lo slogan ‘Non si parte’, per bloccare il reclutamento di soldati che dovevano andare a combattere contro la Rsi negli ultimi decisivi mesi del conflitto. Episodio simbolo della rivolta è quello del 4 gennaio 1945, a Ragusa, dove una giovane incinta di cinque mesi, Maria Occhipinti, si sdraia davanti a un camion che si accinge a trasportare nel continente alcuni reclutati. Un consistente gruppo di ragusani si unisce alla protesta. L’esercito spara sulla folla, uccide un ragazzo e il sgarestano Giovanni Criscione”. Il movimento “Non si parte” creò episodi insurrezionali in vari centri della Sicilia (Modica, Vittoria, Comiso, Giarratana) mentre la Occhipinti dopo la guerra sarà eletta deputata con il Pci.