8 marzo con sciopero. Tornano le vecchie streghe, con la fissa del gender

Alla fine si sono riprese l’8 marzo. Una giornata del resto che appartiene più a loro che ad altre/i. Non le donne generiche, non tutte le donne, ma alcune donne, una parte delle donne, e anche una parte delle donne femministe. E in questa giornata, con lo sciopero globale cui in Italia ha aderito la rete #nonunadimeno, si torna all’antico, all’armamentario ideologico di vecchio stampo. Di nuovo c’è solo l’avversione a Donald Trump. Tutto il resto, dalla difesa del corpo femminile contro lo sfruttamento capitalista, dalla risposta alla violenza maschile fino alla rivendicazione del diritto all’aborto (singolarmente rilanciato proprio quando tutta l’Italia si lamenta per la carenza di nascite), sembra una fotocopia degli 8 marzo di una volta. Quelli, per intenderci, monopolizzati dalla sinistra. Quelli non a caso veicolati su Twitter con una frase di Karl Marx: “Il progresso sociale è misurabile in modo esatto dalla posizione sociale delle donne”. E con l’8 marzo di lotta e di impegno tornano anche i vecchi e cari cortei. Gli slogan arrabbiati e barricaderi.

E’ il femminismo segregazionista e rivendicazionista quello che si riprende l’8 marzo, quello – in definitiva – che non è mai riuscito a diventare davvero egemone nell’immaginario di tutte le donne. Quello cui piace essere elitario, che esclude le inconsapevoli, le normali, che ama sentirsi avamposto, che si compiace di parlare a nome di “tutte” anche se sa che non è vero. 

La coincidenza con lo sciopero generale dei trasporti sta lì a significare la saldatura tra questo tipo di femminismo e le sigle sindacali che, reduci da una svendita decennale dei diritti dei lavoratori, ora riscoprono l’astensione dal lavoro come “valore”. Reducismo sindacale e reducismo veterofemminista, dunque, viaggiano sullo stesso binario della nostalgia (del resto, non è forse tornato in auge persino l’inno “Bandiera rossa”?) e quasi fanno rimpiangere le giornate dell’8 marzo sdolcinate e caramellose, tutte effluvi di mimose e viaggi gratis sui treni e sugli autobus. Ora no. Ora o lotti insieme a loro o vai a piedi. Come poi lo sciopero di 24 ore dei trasporti (anch’esso promosso su scala mondiale) possa ostacolare la violenza di genere resta un mistero inspiegato e inspiegabile. 

Certo, le premesse ci sono tutte per far risultare questa versione nostalgica dell’8 marzo più antipatica di quelle precedenti quando il massimo dell’impegno era cucinare le “farfalle mimosa” per la cenetta taglia e cuci con le amiche del cuore. Per le più trasgressive, invece, c’erano gli spogliarelli dei Centocelle Nightmare. Modalità di festeggiamento che facevano da contorno alla retorica fasulla sulle “quote rosa”. Erano celebrazioni figlie degli anni dell’edonismo straccione. E i residui del femminismo apparivano impotenti dinanzi a quell’andazzo. Così come apparvero impotenti dinanzi alla rivalutazione del velinismo degli anni d’oro di Berlusconi.

Oggi la renaissance dell’8 marzo in versione criptofemminista si fa scudo della teoria gender come ideale-rifugio per contrastare le discriminazioni. Sta scritto nella piattaforma rivendicativa dello sciopero delle donne di domani: vogliono l’educazione alla differenza fin dai primi anni di scuola per dire no ai modelli “stereotipati”. Un tempo chiedevano la parità, compiendo il tragico errore di rinunciare alla tutela dell’identità femminile. Ora ci ricascano con allegra superficialità, schierandosi dalla parte di una teoria che annulla ogni specificità. Eppure se sbagliare è umano, perseverare è diabolico. La frase non è di Marx ma (pare) di Seneca. In ogni caso appare come il giusto epitaffio per questo ennesimo 8 marzo sprecato.