Un’altra foto di un bimbo morto diventa per l’Occidente rito di “purificazione”

Fa venire i brividi alla schiena. Fa male, commuove il mondo facendo, per un giorno, sussultare le coscienze dell’Occidente civile ma un po’ troppo distratto. La foto choc del bimbo birmano, di appena 16 mesi, immortalato senza vita, nudo in mezzo al fango, fa il giro del pianeta, campeggia sui quotidiani, imperversa sul web. Il piccolo, di etnia Rohingya, sarebbe annegato insieme a mamma, fratellino di tre anni e zio, sotto il fuoco dei militari birmani, mentre tentava la traversata del fiume Naf, confine fra lo stato di Rakhine, in Birmania, e il Bangladesh.

La foto choc “svela” il genocidio

Come per immagini analoghe (prima fra tutte quella del bimbo siriano Aylan  ritrovato sulla spiaggia di Aleppo l’estate scorsa), l’immagine diventa l’emblema dell’altissimo prezzo pagato dai civili (neonati, donne, ragazzi) nelle zone di guerra. In questo caso una vittima innocente delle pulizia etnica in Birmania (negata dai miliziani) nei confronti della minoranza musulmana. Un genocidio misconosciuto da chi ha poca dimestichezza con certe dinamiche complesse che vengono da lontano, salvo commuoversi oggi e dimenticarsene domani, politici, opinione pubblica nessuno escluso. Potrebbe diventare un atto d’accusa nei confronti dei militari della Birmania, certo. Ma serve una foto per ricordare che in guerra muoiono i bambini, che intere popolazioni vengono perseguitate, costrette a fuggire dalla propria patria per motivi etnici e religiosi,  come avvenne in Armenia?

Il cinismo della civiltà dell’imnagine

E quelle piccole vittime che a tutte le latitudini del pianeta  hanno avuto la “sfortuna” di non essere fotografate (sempre che poi non esca fuori la notizia del fotomontaggio, orrore nell’orrore) meritano l’oblio? La civiltà dell’immagine è cinica, per esistere bisogna apparire. E la straziante foto del piccoletto birmano esiste, dunque per 24 ore il mondo scopre gli orrori della repressione etnica in quelle zone. E  con la commozione e i buoni sentimenti, finisce per  auto-assolversi. Più facile reagire con commenti strazianti e caramellosi che affrontare le ragioni di squilibri mondiali con una politica estera degna di questo nome.

Come per il Aylan, il mondo si commuove

L’immagine  ricorda molto da vicino quella del cadavere del piccolo Aylan, il bimbo siriano annegato durante un naufragio nel settembre 2015 durante la traversata verso la Grecia. Anche all’epoca quella foto commosse il mondo, e divenne simbolo della tragedia dell’immigrazione generando fiumi di retorica sull’accoglienza come antidoto emotivo al dramma che profughi. Ma la risposta politica e umanitaria dell’Europa non può essere affidata a una foto e a qualche lacrimuccia. Oltre la commozione quelle popolazioni martoriate meritano di più.  Le Nazioni Unite hanno fatto la loro parte definendo il popolo Rohingya “uno dei popoli più perseguitati al mondo”. Per quanto tempo l’opinione pubblica se ne ricorderà?