L’epopea del Katanga raccontata da un mercenario italo-tedesco

Salvai monache e frati dal rogo del ribelle, ma il Papa se ne frega se brucia la mia pelle”, diceva una delle canzoni dei mercenari katanghesi. Robert Muller è stato uno dei protagonisti della celebre guerra del Congo, meglio, del Katanga, che si è svolta all’inizio degli anni Sessanta e che ha visto migliaia di giovani europei, anche italiani, partire per l’Africa un po’ per spirito di avventura, un po’ per il sogno di difendere un’idea, un po’ perché la storia di un piccolo Paese che si ribellava a un grande Paese e che aveva contro tutti, affascinava. Robert Muller, figlio di un soldato tedesco della Wehrmacht e di un’italiana, insieme con Ippolito Edmondo Ferrario, esperto dell’argomento a autore di libri sulla vicenda, ci ha consegnato il suo ricordo nel suo Un parà in Congo e Yemen -1965-1969, uscito recentemente per i tipi della Mursia. Non è il primo libro di memorialistica sull’esperienza katanghese, ma è un affresco vivo e immediato di cosa poteva essere quell’inferno a quei tempi, e di come allora si siano messe le basi per quello che sta accadendo oggi, di come certi schemi si ripetano ciclicamente.

Nel Katanga andarono anche parecchi italiani a combattere

Muller è nato e vissuto a Milano, classe 1942, e la città che ci descrive è profondamente diversa da quella di oggi. La famiglia era di condizioni modeste, e la morte precoce del padre peggiorò la situazione. Muller si era avvicinato agli ambienti neofascisti meneghini, condividendone le lotte, gli ideali, i sogni. E forse inseguendo proprio un sogno è partito con un suo inseparabile amico Noni per l’avventura. Dobbiamo dire che è stato fortunato, perché, come lui stesso racconta, moltissimi altri mercenari hanno lasciato la vita in terra africana, spesso battendosi per salvare i coloni e gli europei dal furore delle lotte tribali sul cui fuoco soffiavano potenze occidentali e le stesse Nazioni Unite. Un’altra nota vale la pena di essere citata: oltre ai solidi belgi, sudafricani, rhodesiani, francesi e tedeschi, c’erano, in Congo, molti italiani, anche se sul numero esatto non sarà mai possibile fare luce. Dei fantasmi, sconosciuti, la cui memoria si è persa, e qualcuno dei quali è seppellito laggiù. I mercenari sono stati – e sono ancora oggi – additati con disprezzo dai benpensanti, che li ritengono solo dei killer pagati per uccidere. In realtà, anche questa pagina di storia andrebbe approfondita, sviscerata, perché se a una parte c’erano i mercenari, dall’altra c’erano i mercenari politici, cubani e sovietici, che contendevano le risorse africane all’Europa, che sino a quel momento aveva faticosamente occupato gli Stati africani non per depredarli ma per costruirvi infrastrutture, strade, ferrovie, servizi postali, amministrazione pubblica, ospedali, case in muratura e quant’altro. La decolonizzazione affrettata, sul cui fuoco soffiarono non solo i comunisti internazionali ma anche le compagnie minerarie statunitensi le organizzazioni sovranazionali, scatenò le popolazioni locali in una feroce guerriglia contro gli europei, con atrocità inaudite, che poi si videro anche in Kenya coi mau mau e più recentemente in Ruanda e Burundi, stragi alle quali solo i tanto vituperati mercenari riuscirono a opporsi, salvando le vite di migliaia di civili che altrimenti sarebbero stati massacrati senza pietà, come accadde ai nostri aviatori a Kindu, altra pagina che forse sarebbe opportuno leggere con più attenzione. La descrizione che Muller e altri fanno del Katanga e del Congo di quegli anni fa riflettere: città ordinate, bar, locali, negozi, fabbriche in piena efficienza, sistema di trasporti funzionante. Andate oggi in Congo, in quegli stessi luoghi evocati da Muller: Bukavu, Goma, il Kivu. Allora autentici paradisi, oggi campi profughi infernali, terre senza legge devastate dalla delinquenza, dalle epidemie, dalla fame. Non c’è scampo oggi per uno dei territori più ricco del pianeta ma dove la popolazione non ha né un presente né un futuro. I mercenari dovettero deporre le armi a scappare, lasciando quella nazione in mano ai Mobutu, ai Kabila e altri sanguinari dittatori. Siamo sicuri che ci abbia guadagnato nel cambio?